— Anche quella di conoscermi? domandò la baronessa.
Zaverio non avvertì la singolarità della domanda e rispose:
— Sì.
La baronessa rise.
Zaverio s’interruppe:
— Dunque? ella disse con una impazienza che tradiva una certa curiosità.
— Dunque io cedevo alla trista mania, che con ogni sorta di pretesti e di fallaci transazioni mi si imponeva. Tuttavia, per alcuni anni che passai in provincia, il decoro e i doveri del mio grado, la povertà e il rispetto per mia madre me ne preservarono. Ma quando, l’anno passato, venni di guarnigione a Napoli, ricaddi perdutamente sotto il malaugurato predominio. Una sera al Club Sebeto perdetti certi denari che con mille sforzi avevo raggranellati per una spesa urgente chiestami da mia madre. Ero disperato. E, come sempre accade, una ingannevole speranza di ricuperarli mi stimolava a ritentar la fortuna. Corsi in quartiere nel mio ufficio, dove tenevo una somma per le provviste della compagnia: circa tre mila lire. Disgrazia volle che mentre ero colà entrasse il maggiore: non volendo farmi vedere da lui a levar del denaro a quell’ora, presi il portafogli come stava, con tutto il danaro ed uscii. Tornai di corsa al Club: dove continuava ancora la partita che aveva ingoiati i miei poveri risparmi. Con una furia indescrivibile, — non ci vedevo più — ripresi il gioco. Perdei le tre mila lire in poco più di mezz’ora. Avevo per compagno di gioco il barone. Quando il mio ultimo biglietto da cento lire passò dall’altra parte della tavola ed io impietrito lo guardai, certo egli si accorse del mio smarrimento poichè, per darmi un pretesto decente di ritirarmi discretamente, mi disse: — vogliamo smettere? — E s’alzò. Io pure mi scostai dalla tavola, mi buttai sopra un canapè e pensai con terrore che l’indomani avrei dovuto ripresentare la somma perduta. La prevaricazione sarebbe indubbiamente stata scoperta e io sarei disonorato. — E mia madre?... Ero solo; là dentro nessuno badava a me; nessuno mi conosceva, mi aveva menato un giovane, superficiale relazione di caffè, che già era uscito. — In quella il barone mi si accostò e mi disse: — Mi permettete di rimborsarvi il danaro che avete perduto? Se vi bisogna, senza complimenti; io sono ricco; voi mi passerete un’obbligazione e fisserete per la restituzione il termine che vi accomoda. Accettai e....
— Naturalmente la vostra gratitudine non ha limiti, — salvi, aggiunse la baronessa con uno sguardo maligno che fe’ divampare Zaverio, salvi sempre i diritti intangibili della galanteria.
Ella domandò poi:
— Voi avete restituito?