L’erede dell’orgogliosa casa di Tizzano, finchè non si trattava che di lei, non aveva pensato un minuto alla volgarità tutta borghese di una procedura penale, di cui ignorava affatto il congegno giuridico; — ma la devozione per Zaverio l’aveva resa prudente.
Donna Elvira accondiscese ma alla condizione d’interrogare prima qualcuna delle notabilità alieniste d’Italia. Questo viaggio all’estero, di cui ella non conosceva la necessità, le ripugnava: ella temeva di trovarsi, per l’età e la povertà sua, soggetta alla giovine e ricca baronessa.
La sua gelosia osteggiava il disegno di Vittoria, di cui ignorava i segreti motivi; e ne diffidava.
Però partirono in fretta e non menarono seco altri servi che Gabriele e Concetta.
Vennero a Firenze, allora capitale del regno, e presero a pigione un solitario villino sul colle di Fiesole che aveva un padiglione unito al corpo principale da un lungo viale, disposizione che rispondeva mirabilmente alle fantasie di Zaverio. Ci dormiva la baronessa quando dormiva, e, di giorno, correva a ricevervi il povero infermo quando gli saltava il ticchio di recarsi a visitarla.
Non era scemata la necessità di queste precauzioni; ne dipendeva la pace di Zaverio.
Così, rimosse tutte le cause di turbamento, egli era quasi sereno. La sua salute rifioriva; egli si abbandonava alla insolita dolcezza di quella vita, di cui l’ottuso intelletto non scorgeva la trama dolorosa: le ansietà e le torture della madre, i pietosi raggiri e il martirio travaglioso della baronessa.
Vittoria era riuscita mano mano a condurlo, colla sagace accortezza della donna innamorata, ad una intimità soave ed uguale che riuniva alle tenerezze dell’amore la placidezza dell’amicizia. Sapeva rassicurarlo e, ardente di passione, prodigandogli tutte le sue carezze, risparmiargli le emozioni troppo profonde.
Una volta le chiese del barone; gli rispose che era in viaggio; poi domandò s’era tornato, gli rispose di no — ed egli non ne parlò più.