Spesso interrompeva il discorso, s’alzava, la salutava, si guardava intorno cercando il cappello: voleva uscire: e guai a contraddirlo!

Allora accorreva la madre e, con infinite precauzioni, si adoperava a trattenerlo.

Dapprima obbediva, ma colla sommessione forzata e gonfia di ribellione del carcerato che cede alla volontà del suo guardiano; ne rimaneva sbalordito, amareggiato, intrattabile per tutta la giornata.

Ma finalmente bisognò lasciarlo uscire e fargli tener dietro finchè, smarrito e stanco, si lasciasse ricondurre in casa.

Allora se la pigliava colle autorità che rimutano le strade per dar noia ai cittadini.

Il suo torpore era dileguato. Le sue turbolenze, sempre più frequenti e violente, rendevano malagevole la vigilanza. Il chiuderlo in camera lo irritava; dava in ismanie, scoteva gli usci e le imposte gettando grida furiose. Bisognava tenerlo d’occhio, ma senza farsi troppo scorgere, per non risvegliare le sue insensate ma accorte diffidenze e i suoi vaneggiamenti.

Le due donne vivevano in continue apprensioni: talvolta, la notte, s’incontravano esterrefatte alla porta di Zaverio.

La disgrazia, con tanto pudore dissimulata da donna Elvira, cominciava a trapelare in paese. La gente, quando il povero pazzo usciva, si fermava a guardarlo. Poi la presenza della forestiera destava molte curiosità e molte ciarle.

Vittoria propose alla duchessa di lasciare la Calabria e addusse per ragione la necessità di consultare qualche specialità per Zaverio, la cui pazzia, spiegatasi ad un tratto all’arrivo di lei, era fino allora stata dalla tenerezza materna scambiata per un languore ipocondriaco o una tetraggine d’epate, come l’aveva definita, per errore o per pietà, il vecchio medico di Reggio, che, solo, lo aveva visitato.

Ella voleva condurlo all’estero, in Inghilterra, magari più lontano, agli Stati Uniti, per sottrarlo ad ogni sospetto o almeno ad ogni pericolo.