I suoi sensi s’accontentavano di questa situazione, e la sua coscienza ottenebrata non ne vedeva l’irregolarità.
Tuttavia Vittoria voleva guarirlo: non la piegavano i disinganni continui e crescenti, non la sgomentavano le conseguenze che pure le si affacciavano spesso terribili alla mente — le affrontava animosa.
— Se Zaverio, ricuperato l’intelletto, la ributtasse inorridito come quella tal sera? Se le pestasse il cuore, come allora le aveva calpestata la persona? Che importa? era pronta, a questo, a tutto. Purchè guarisse, purchè guarisse!
Ma, pur troppo, non c’era il menomo segno di guarigione: anzi il suo organismo si piegava a quel nuovo stato: vi prendeva un nuovo equilibrio: la pazzia inclinava alla demenza.
Vittoria non voleva riconoscere questo.
Ma lo sentiva chiaramente la madre e le dava una disperazione violenta, un furore indicibile.
Zaverio non l’aveva più riconosciuta; se mentr’egli parlava con Vittoria, ella entrava, si fermava di botto e chiedeva piano:
— Chi è? manda via, manda via.
L’infelicissima madre, colla cieca ingiustizia dei sentimenti profondi, accusava Vittoria di rubarle suo figlio e l’odiava per la sua influenza malefica e l’abborriva perchè doveva sopportarla.
Aveva degli accessi di collera terribili. Si provava talvolta d’interporsi fra loro due — era costretta sempre a cedergli il posto. Zaverio chiamava sempre Vittoria — solo Vittoria.