Dopo mezz’ora entra Giulio barcollante, col viso disfatto: le corre vicino, l’abbraccia stretto e rimane un po’ angosciato senza parlare, poi dice sottovoce:

— Perdonagli, il povero nonno non è più...

XVII.

Sono corsi parecchi anni, nei quali il castello è rimasto chiuso; l’erba è cresciuta folta intorno, fra le screpolature dei muri, fin sulla soglia della porta e sul davanzale delle finestre.

Ma un bel mattino di settembre quella porta e quelle finestre si aprono, e un torrente d’aria e di luce invade le stanze malinconiche.

Sul verone del salotto ottagonale un signore ed una dama, appoggiati alla ringhiera, discorrono tranquillamente e contemplano commossi il paesaggio. Le ondulazioni delle colline, l’orizzonte sono pieni di splendore, di colore e di trasparenze; di fronte a destra è un poggetto verde con una piccola cappella nel mezzo. È il cimitero del villaggio. Sotto la gronda della chiesuola contro il muro, due croci vicine segnano due fosse scavate nello stesso anno.

La dama guarda con amore quelle due croci lungamente, poi dice al compagno:

— È curioso, sai, stanotte mi sono addormentata coll’animo pieno del viaggio di stamane, ed ho fatto un sogno: mi pareva d’essere qui, e c’eri anche tu seduto accanto a me, e là sul canapè stava la nonna, e... poi nella poltrona c’era un altro, indovina? tuo nonno!

— Ah!

— Sì, e sembravamo tutti tranquilli, lieti, e si discorreva noi due insieme, e i nonni fra loro.