Ma non gli parlò di sè, anzi evitò con cura i discorsi delle altre volte.
Solo vi fe’ indirettamente allusione per iscusarsene.
— Me ne accorgo anch’io, sono monotona, lugubre, e voi non avete torto di spendere il vostro tempo in modo più gradevole.
V’era nelle sue parole un accento di sincerità che scosse Zaverio.
Però non era modestia.
Ella non apprezzava punto le finezze e le dolcezze piccanti della conversazione. Ripugnava al suo ingenuo e incolto positivismo questa delicata e vana ginnastica di parole. Per lei il discorrere era aver qualcosa da dire, da confidare — almeno da raccontare. Tirava diritto all’argomento sempre. Se si accorgeva d’essersi inoltrata in un terreno scabroso, se si trovava di fronte al pericolo di commettere un’imprudenza, invece di girare le difficoltà si fermava immantinenti e taceva. E il suo silenzio pieno di pensiero, era singolarmente eloquente: una tristezza profonda velava il suo volto scultoreo, e gli dava espressione.
— Quest’ozio vergognoso mi pesa. Volete credere? Questa casa dove tutto si amministra a mia insaputa, dove non ho nulla da fare nè da pensare, mi ha l’aria di un albergo. Oh! io era nata per la vita di famiglia, sclamò dolorosamente e, vedete, fui condannata alla solitudine. Della mia famiglia non conobbi che due moribondi, mio padre e mia madre, e non avrò mai figliuoli. Però meglio così.
Le sue stravaganze lasciavano più che mai trasparire la vera sua indole, il suo carattere fiero e ostinato — ma in fondo buono ed amorevole; le traccie di una primitiva rettitudine, di una coscienza disorientata, di un sentimento nobilmente altero, che l’odio aveva avvelenato, non inaridito.
Certe volte si commoveva, s’impietosiva per le cose più comuni, per le più piccole disgrazie: certe altre mostrava una durezza, tanto grande che non poteva essere naturale.
I suoi due servi Gabriele e Concetta l’adoravano.