Poi, dopo qualcuna delle solite stravaganze, dopo qualcuna delle più violente invettive, si fermava a guardarlo lì basito, col capo chino, che attorcigliava confuso i cordoni della sciabola e gli diceva crudelmente:
— E siete voi quel terribile spadaccino che dicono?
Pareva dispettosa di non trovare in lui maggiore resistenza.
Si degnava magari di trattarlo bene, con una leggera famigliarità, gli faceva degli elogi e sempre, accomiatandolo, gli ripeteva:
— Arrivederci domani.
Di quel domani ella non dubitava punto; e neppur lui.
Lo attirava da lei un fascino inesplicabile, che non era speranza, non desiderio — diletto meno che meno — un fascino acre, un corrivo malsano simile a quello che spinge la lingua contro il dente che duole.
Era un tormento divenutogli necessario.
La sua conversazione aveva una attrattiva indefinibile.
Ella non era amabile, non aveva coltura; la sua istruzione consisteva quasi unicamente nelle tradizioni della sua casa, che il vecchio padre, patrizio orgoglioso, inchiodato negli ultimi anni dalla paralisi nell’antico seggiolone dominicale onde i suoi avi davano il loro arbitrio per giustizia — le aveva narrate e ripetute le mille volte; e che le si erano impresse nell’animo coll’immagine di quel moribondo, col tono della sua voce rauca e solenne. Figlia unica e senza madre, aveva preso il governo del castello e dei beni paterni, in cui sopravviveva di fatto, ad onta di ogni legge, nella sua superba semplicità il dominio feudale: — e quelle tristi confidenze erano state l’unico suo svago in mezzo alle cure di massaia e d’infermiera. Onde derivava nel suo carattere un singolare contrasto di un positivismo provinciale e di un fantastico lugubre e superstizioso.