— No, non vi credo... non posso credervi. Chi, nel vostro caso, non direbbe lo stesso? quali garanzie mi date voi? Vi conosco io?... ciò che so di voi è un’abbiezione.
— Oh! la verità dovrebbe avere un accento proprio! — sclamò Zaverio — donna Vittoria, credetemi!... Non vedete il mio rincrescimento! io pure non vi conosco, ma comprendo il vostro sdegno, sento la sincerità della vostra rampogna: sentite; voi siete una donna, un cuor nobile, virtuoso, ed io un dappoco.... che debbo dirvi di più? Oh quel che è stato non si può distruggere.... ma se lo potessi!
Vittoria fu tocca dall’accento rispettoso di questi scongiuri.
— Ebbene, disse imperiosa, rimediate al malfatto, riparatelo....
— Ma come.... che debbo fare?... volete forse ch’io mi ammazzi?
— Diffatti sarebbe soverchio.... — rispose la baronessa con un sorriso sprezzante.
— Ma ditemi voi, indicatemi il modo....
— Che so io!... — ella lo interruppe alzando le spalle con nuovo scoppio di collera. — Che so io! io so questo solo, che per il mio decoro c’è un uomo di troppo; un miserabile che porta con sè un ricordo che mi oltraggia e ch’io non posso svellergli dal cuore.
La sua mano convulsa estirpò un arbusto e lo buttò furiosa sul viso di Zaverio.
— Non capite il mio stato? non sentite che io sono tormentata dì e notte da una umiliazione, che sepolta in fondo al mare, non mi sembrerebbe celata abbastanza?