Il barone si godeva lo stupore del capitano per quel singolare salottino.

Era quello un luogo veramente delizioso: si spingeva fra le aiuole dei due cortiletti laterali fino al ciglio della collina ed era disposto ed arredato con un’eleganza e un buon gusto finissimo, con quattro sfondi ai lati, di cui uno formava vestibolo verso il giardino della signora, onde erano venuti, l’altro aveva una finestra su quello del marito. Il terzo era una loggia che dominava il breve e ripido pendio della riva tutta fitta di palmizi e di magnolie: l’ultimo era chiuso, verso l’interno della casa, da una cortina di seta e quasi interamente occupato da un gran vaso giapponese da cui ricadevano vagamente ghirlande e grappoli di fiori.

Fra gli sfondi quattro divani ricchissimi, invito alle voluttuose fantasticherie. In mezzo un tavolo di malachite sosteneva un piccolo candelabro di forma antica.

Il barone uscì per ordinare il caffè.

Donna Vittoria chiese a don Primicile:

— Voi siete stato qui altre volte?

— Eh eh! egli rispose agitando la mano in atto malizioso, questa casa non ha segreti per me. Un tempo il barone ed io si viveva come fratelli. Egli mi diceva scherzando: non so come farò ad ammogliarmi per me solo.

La signora non rispose al sorriso dell’Assante; aggrottò il ciglio.

— Eppure egli l’ha fatto... sussurrò il galante don Primicile.

— Questo luogo non mi piace, disse donna Vittoria, non ci vengo mai, lo trovo sconveniente; poi è troppo incomodo.