Gustavo rimase solo accanto al camino in cui cigolavano alcuni tizzi d’abete.
Dopo il tramonto s’era levato un vento impetuoso e squassava le piante dell’orto, e faceva, malgrado la solidità granitica dell’edifizio, scricchiolare l’intavolato dei muri.
Le raffiche infuriate passavano, s’allontanavano, inabissandosi giù per la scesa. Parevano urla di turbe invisibili, — il grido di una sommossa immensa, formidabile.
E nell’animo di Gustavo, i pensieri, gli affetti, si affollavano tumultuosi; erano rimorsi prepotenti, che salivano dal fondo della sua coscienza, rimembranze confuse di cose e di giorni passati, di giorni remoti della sua infanzia.... Anzi di un tempo più lontano ancora; di chissà quando.... E la figura di Krimilth era sempre in esse, pareva la compagna di quei ricordi misteriosi; quanto più quelli si rabbuiavano, tanto più viva rifulgeva. E non era più triste, ed afflitta, ma bella, lieta, sorridente.
Gustavo teneva gli occhi serrati, per vederla....
Quando li aperse, Krimilth era là ritta a due passi da lui dall’altra parte del camino.... E sorrideva.
Com’era bella in quel punto! I capelli scomposti le scendevano vagamente in riccioloni sul petto; fra le palpebre socchiuse pareva saettare uno sguardo profondo.
Il fuoco fiarava e scoppiettava: un profumo acuto di abete inondava la stanza. Il pavimento traballava disotto come fosse preda ai marosi.
Gustavo, — non si ricordava il come, — si trovò accanto a Krimilth, le prese la mano, la baciò lungamente; la fanciulla gli si abbandonò sul petto: arrovesciò la testa, tremava, rabbrividiva leggermente, sussultava e sorrideva sempre.
Gustavo voleva dirle tante cose, dirle ch’era bella, e non poteva parlare; la piena della passione gli toglieva il fiato; si chinò e baciò quelle labbra sorridenti. Un moto convulso agitò le membra di lei. La fanciulla con uno sforzo prodigioso si divincolò dalla sua stretta, balzò indietro atterrita.