La sera dopo e l’altra, Karl venne a cercare Gustavo alla stessa ora, e si ripetè presso a poco la stessa scena.
Soltanto, Krimilth non divagava più, non si occupava che di lui; era docile, e per compiacenza lo chiamava cugino Gustavo.
Dopo ch’ella s’era addormentata e che Karl colla sorella l’avevano condotta nella camera, Gustavo usciva di là singolarmente turbato, malcontento di sè; per tutta la notte era perseguitato dall’immagine e dalle parole della povera cieca. — E il giorno non faceva che pensarci.
Si sentiva attirato verso di lei da un fascino penoso e prepotente. Invano cercava divincolarsi e invano per questo richiamava il suo buon umore, la sua gaia spensieratezza di pochi giorni prima. Stentava a riconoscersi: lo assalivano paure e malinconie non mai provate; andava girellando pei dintorni e si chiedeva con sgomento se egli riuscirebbe mai a spiccarsi da quei luoghi; si scostava dalla casa e scendeva a Gressoney fino a Saint-Jean, ma repentinamente provava un grande bisogno, una gran smania di tornar indietro e rifaceva la strada quasi di corsa. Quando arrivava trafelato si sentiva più tranquillo; ma avrebbe voluto essere lontano le mille miglia di là.
Evitò di trovarsi con lei la sera; si trattenne in casa coi cugini. Ma questa risoluzione gli costò uno sforzo immenso, nel quale consumò tutta la sua fermezza.
L’indomani, i suoi propositi erano svaniti: avrebbe voluto correre subito in traccia di Krimilth; gli pareva che la giornata non dovesse mai finire: e passò tutta la mattinata badaluccando intorno alla siepe dell’orto colla speranza di vederla comparire.
Nel pomeriggio era disteso in riva al torrente dietro la casa.
Intese un lieve fruscìo sull’erba.
La Krimilth gli pose una mano sulla spalla dicendo:
— Tu mi volevi? eccomi.