Rispondevo di no, — non mi annoiava, mi rattristava.

Dopo alquanti giorni cominciò a farsi più espansivo; pareva volesse confidarmi qualcosa, — ma, alle prime parole, parendomi divagasse, e ricordandomi di quanto mi aveva detto il procuratore, l’interrompevo e facevo volentieri il sacrificio della curiosità, pel timore si lasciasse trascinare dalla manìa misteriosa che supponevo lo travagliasse.

E una volta mi disse un po’ risentito:

— Anche tu credi ch’io sia pazzo? molti lo credono, eppure non lo sono.

— Pazzo! — mormorò poi: — ho paura di divenirlo — e forse, chissà? sarebbe il mio bene.

Io mi affrettai a dissipare il suo sospetto con dichiarazioni, che se non venivano da una convinzione molto profonda, sgorgavano certamente dal cuore.

— Tu sei buono, — riprese Gustavo. — Sei sempre stato riflessivo: mi ricordo che nella mia ignoranza di superficialone mi facevo burla del tuo misticismo. Chi m’avesse detto che sarei poi così cambiato, che sarei venuto qui ad impetrare il sussidio di quelle idee che mi sembravano tanto strane! Tu l’hai sempre quelle idee? da alcuni libri che ho trovati qui posso arguire che sì.

Ero lì lì per disingannarlo e confessargli la mia indifferenza per tutte quelle fantasie giovanili: ma egli non me ne lasciò il tempo.

— Venendo qui, — disse, — avevo il mio perchè. Andavo in traccia di qualche consiglio e ho trovato te: forse non è il caso che mi ti fa incontrare. Non ho potuto resistere al bisogno di aprirti l’animo mio. Di quanti conosco, tu solo puoi comprendere ciò ch’io ho da dire.

E là nel mio studio, seduto in faccia a me sulla sedia dove sedevano i miei clienti, coi gomiti appoggiati ai miei volumi di liti, scartabellando i miei codici, mi fe’ il racconto più singolare ch’io abbia inteso mai.