— Dicono che è impazzito, è vero?
Mi tornarono alla mente le parole misteriose della sera prima.
Sbrigata la mia causa, mi disponevo a tornare al mio villaggio, quando Gustavo mi domandò con aria di preghiera come di chi impetra un grande favore:
— Non ti rincrescerebbe s’io venissi a star con te qualche giorno?
Come si fa a dir di no? acconsentii con premura: ma in fondo era un po’ impensierito del suo stato.
Venne a casa mia e vi si trattenne quasi tre settimane. In paese, per la scarsità di gioventù agiata, mancavano affatto le distrazioni; lo presentai in una casa vicina dove erano due signore belle e gentili, ma egli era divenuto schivo in modo singolare della compagnia delle donne. In campagna non voleva andare nemmeno accompagnato. Io era occupatissimo ed egli non mi lasciava un minuto.
— Se permetti, — mi diceva, — mi sederò qui e leggerò qualcosa.
Sedeva, prendeva un libro, ma non leggeva punto: fissava gli occhi nella finestra con un’aria distratta e crucciata. Restava così immobile fin ch’io per la pena di vederlo a quel modo mi inducevo a scuoterlo e a farlo parlare.
Come la prima notte ad Asti, non volle dormir da solo e bisognò fargli un letto sull’ottomana nella mia stanza.
Ogni sera mi domandava: — T’annoio?