Tanta liberalità lo confondeva: come ricambiarla?

Irene rifece il giro della casetta, stavolta da padrona che visita il proprio dominio, esaminando, rovistando ogni cosa.

Siro le veniva dietro umile, premuroso, spiando i suoi sentimenti, coll’ansia di vederla soddisfatta, col timore ch’ella non ci trovasse il conto suo. Le sue approvazioni lo rendevano felice.

— Era lei che era buona a contentarsi di poco! —

Egli accettava, ad occhi chiusi, le sue proposte, i suoi desideri: — facesse — dicesse lei; comandasse lei.

L’inventario era quasi finito: Siro andò poi allo scrigno, un vecchio scrigno, regalo del dottore.

Lo aperse: nel mezzo del piccolo tabernacolo stava una ciotola da droghiere piena colma di monete d’oro: le savoie, le genove, gli scudi del sole, i napoleoni alla rinfusa.

La fanciulla rimase abbagliata; poi, presa da un indefinibile capriccio, cacciò ambe le mani dentro a quel piccolo tesoro, rimuginandolo per sentirne il contatto pieno di delizie nuove, mai più provate.

Siro le numerava tutte le cose che con quel denaro si sarebbero potute avere, orgoglioso di poter in tal modo salire nella sua stima.

Ed Irene, prese a manciate le monete, le lasciava ricadere e ne ascoltava il tintinnio, cogli occhi chiusi, estatica di cupidigia.