Zaverio aveva visto altra volta quel disegno, ne conosceva l’argomento: più volte gli si era affacciato alla mente nei giorni che avevano preceduto la catastrofe di Mergellina. Allora l’analogia di quella storia col suo caso lo spaventava; ora, rivedendolo, parve ridestarsi in lui il sopito ricordo di ciò ch’era seguito.
Rientrò in casa agitatissimo. Chiese di Vittoria. Ella accorse; ma la sua presenza non valse a quetarlo.
— Baronessa, le domandò, dov’è vostro marito?
Una disperazione tanto violenta traspariva dai suoi sguardi che Vittoria ebbe paura di aver ottenuta ad un tratto quella guarigione che sospirava da tanto tempo.
L’indomani Zaverio riuscì ad eludere la loro vigilanza, corse alla vetrina del Dotti, si piantò innanzi all’immagine funesta e svenne gettando grida insensate.
Da quel momento egli aveva confuso la propria storia con quella di Gige e Candaule, egli si credette Gige, ma prima del delitto quando lotta fra la devozione per il suo Re, la minaccia della regina per indurlo al regicidio e la lusinga di ottenere in premio del delitto il trono e il possesso della donna bellissima.
Era una nuova pazzia che scoppiava entro la prima.
Donna Elvira lo condusse allora a Lugano, dove seppe che il dottore ch’essa cercava era al Belvedere. Volle assolutamente consultarlo e perciò l’aveva mandato a cercare.
XVI.
La baronessa confessò al medico tutte le proprie ripugnanze; ella sola sapeva che Zaverio, guarito, correva un pericolo grave almeno quanto la sua pazzia. Aggiunse che s’era indotta a dirgli tutto, solo perchè Zaverio stava fuori del territorio italiano. Ella ignorava i trattati di estradizione.