— Uscite!... uscite!...
Vittoria chinò la testa e mosse, macchinalmente, verso la porta.
Ma là si volse e ritornò indietro.
— Oh lasciatemi, disse supplichevole, con lui, presso a lui; egli mi ha riconosciuta, chiederà di me.... Se le mie cure potessero giovargli?
Per la prima volta in vita sua diventava umile.
— Non vi darò punto disturbo, ve lo prometto, sarò docile, vi rileverò nelle veglie, al suo capezzale, quando riposerete; quando vorrete io uscirò, vi obbedirò in tutto; ma lasciatemi accanto a lui.... qualche minuto del giorno.... non vi chiedo che questo e vi offro la mia vita.... Accettatela.... almeno per lui.
La duchessa non poteva parlare: una collera terribile l’opprimeva; ma coll’occhio sfavillante d’odio, col gesto convulso la spingeva fuori.
E Vittoria dovette uscire.
Si ritirò nella sua cameruccia d’osteria, agonizzante d’angoscia, col sentimento di non poter vivere che per Zaverio e con lui, — e tanto violento ch’ella venne a formare il disegno di strapparlo a sua madre.
Poi, nell’immenso suo cordoglio, sorgeva una speranza ardente: — ch’egli la cercasse, che egli la volesse.