— Sempre implacabile, sclamò angosciosamente, siate buona almeno in questi ultimi momenti.
— Ultimi? ah sì! voi ci lasciate positivamente.
Donna Vittoria proseguì:
— Comprendo la vostra impazienza di ritirarvi da un terreno ingrato. Alla fine dei conti non è giusto che un uomo come voi sciupi le sue galanterie, quando ha come voi un modo qualunque di metterle a frutto. È naturale che voi rechiate senza indugio i vostri omaggi e i vostri voti a chi voglia accettarli ed esaudirli.... Non siete punto obbligato a scusarvi, e nessuno ha qui l’intenzione di reclamarli per sè. Soltanto, vedete capriccio femminile, ho voluto rubare qualche ora alla vostra felicità.
— La mia felicità! quale... fuori di qui?
La baronessa riprese il suo sussiego e disse severamente:
— Basta, signor duca, spero bene non vorrete farmi pagar troppo caro il mio capriccio colle vostre oltraggiose petulanze. Sarei mortificata per voi se vi foste minimamente illuso sui moventi del mio invito... e aveste attribuita alla vostra condiscendenza un’importanza soverchia.
Zaverio proruppe:
— No, baronessa, io non ho illusioni, non ho prosunzioni; voi mi avete respinto l’altro dì e io me ne andavo per non infastidirvi oltre — voi mi avete detto stassera, venite — e sono venuto senza pretese, e senza speranze; perchè voi siete arbitra della mia vita ed io non ho più altra volontà che la vostra. Se voi mi direte di uscire io me ne andrò senza profferire un solo lamento. Ma se mi permetteste di rimanere io benedirei la vostra clemenza e adorerei la vostra generosità se mi lasciate respirare l’aria che voi respirate.
Donna Vittoria gli fissò in volto i suoi occhi quasi tigrati, poi sorrise e disse: