— Faremmo a meno. Bevi forse del tokai tu? Ho forse una madonna di Raffaello sopra il mio letto, io che non ci credo, e la terrei tanto volentieri? Guarda: se io avessi dei milioni, non come i nostri milionari di Bologna: essi sono miserabili, nessuno ne ha nemmeno un paio di dozzine, e vedi che è un'inezia. Se io fossi milionario anderei subito domattina dalla Patti, e le direi: il vostro impresario vi dà diecimila franchi per sera perchè cantiate, io ve ne do quindicimila, e compro il vostro silenzio. Se me lo permettete, verrò a tenervi compagnia; canterete, se ve ne salta il ticchio, ma se m'accorgo che lo fate per sdebitarvi, ve ne manderò altrettanti ogni mattina per il mio cameriere, e non metterò mai il piede nel vostro appartamento. Ecco che cosa direi a questo genio che si degrada, a questa donna che si prostituisce. Le direi: andate a Roma, a Parigi, vi darò un palazzo grande come una reggia: voi già sareste ricca da comprarlo volendolo; siate una gran signora, gettate alla porta quel Niccolini, che non è mai stato un gran tenore e non può essere più un grande amante; aprite i vostri saloni a tutta l'aristocrazia del pensiero, e componetevi una corte di sovrani come Napoleone I. Voi avete la sua potenza ed il suo genio, giacchè vi trascinate dietro la stessa Europa incatenata al vostro carro: aspettate che il vostro spirito avvampi nella febbre dell'arte, e allora cantate per essi, che potranno comprendervi. Aspettate che Victor Hugo, il vecchio sublime, venga qualche sera a riposarsi nel vostro salotto, e ravvivatelo col canto: egli sarà l'idea e voi sarete la parola, egli il ritmo e voi la modulazione: aspettate che qualche grande ambizioso vinto vi domandi un'ora di calma, e allora cantate come voi sola potete cantare. Sarete la prima donna, e la prima dama del nostro secolo. Ma non mischiate mai danaro nella vostra arte, siate come Dante e come Shakespeare, come Beethôwen e Michelangelo: lasciate agl'istrioni la plebe dei teatri, che vuole divertirsi perchè fatica, e giudicare perchè paga. Il suo denaro eccellente per pagare delle scarpe o saldare dei pranzi non può valutare la vostra anima, essere il prezzo della vostra voce. I capolavori sono fatalmente gratuiti, anche quando non sono pubblici. Forse ella è donna, e non mi comprenderebbe, e allora le getterei un milione in faccia, proprio come nel finale di quest'atto, e le direi colla mia voce più insolente: giacchè la sordidezza della vostra anima è pari alla purezza della vostra voce, tenetevi il pubblico e Niccolini, fatevi pagare tutte le sere come le coriste; ma, per quanto gl'impresari vi paghino bene, non raggiungerete mai il prezzo di un cavallo da corsa, e sarete sempre meno stimabile; il cavallo corre per guadagnare la bandiera, mentre voi cantate per intascare il premio.
In quel momento il direttore risalse sulla scranna.
— Aspetta — gridò il violoncellista vedendo Bartolomeo, che si alzava senza rispondere: — sai che cosa è la Patti?
— Sei matto, tu!
— Infelice! — egli rispose compiangendolo con un gesto comico di disperazione — tu non mi comprenderai, e la mia definizione della Patti sarà la più bella di quante ne daranno i giornali.
— La Patti è...
Fortunatamente la bacchetta del direttore percosse la lastra tagliandogli netta la parola; ma Bartolomeo, che l'aveva intesa, alzò vivamente l'arco per darglielo sulla testa. Il violoncellista fu presto a balzare indietro, e sempre ridendo tornò alla propria sedia. Bartolomeo guardava già al sipario; la preoccupazione del suo spirito si era fatta grave come una malinconia. Appoggiato al grosso manico del contrabbasso arricciato e borchiato come un pastorale, la mano sulle chiavi e la testa sulla mano, aspettava che il telone si squarciasse nell'atteggiamento vanitoso di un concertista, che attende il proprio pezzo. La sua alta statura, che lo faceva quasi dominare tutta l'orchestra, rendeva anche più sensibile il contrasto della posa romantica colla sua fisonomia bonaria di grande mangiatore. Il violoncellista, che non lo perdeva d'occhio, se ne accorse, e quando il sipario si scisse, e la Patti apparve in fondo all'alcova, sdraiata sul lettino, vestita di bianco, alle ultime note del celebre preludio celando rapidamente la testa dietro il violoncello:
— Meo! — gridò.
Egli si volse, e l'altro gli rise in faccia con tale escandescenza, che raccapricciando di essere penetrato, Bartolomeo impallidì.
A rovescio di Dumas, che descrive la miseria di Margherita in mezzo al magnifico appartamento sequestrato dai creditori, Verdi ha immaginato una modesta cameretta, come se uscendo da quel ballo fatale, Violetta avesse abbandonato il barone e fosse ricaduta nella miseria. Ma la musica non avrebbe potuto raccontare tutti i dolorosi particolari della Signora delle Camelie, analizzare le ultime lacerazioni della realtà nella trama già troppo logora dei suoi ultimi giorni. In questo la musica, linguaggio eccezionale, rimane troppo al disotto dal linguaggio ordinario, pel quale un'esistenza può passare intera. La piccola camera aveva le pareti giallognole, una toeletta dozzinale in un canto, una specie di alcova in fondo, con uno straccio di cortina bianca, sotto la quale riposava una forma ancor più bianca. Era la Patti. La scena indicava il mattino, e pareva notte. Una miseria mal dissimulata dalla decenza faceva sentire un'aria fredda nella camera, che il respiro troppo tenue dell'inferma, e il sonno troppo lieve dell'infermiera non bastavano ad animare. La camera vuota pareva troppo grande. Il caminetto di carta non aveva nè fuoco nè legna: era in sulla fine di carnevale, l'aria di Parigi all'alba pungeva senza dubbio. Sul tavolo da notte una bottiglia d'acqua, e due o tre boccette luccicavano alla fiamma del lumino riparato da un cappello verde. Violetta si destò per chiedere un sorso d'acqua, ma nell'accostare le labbra al bicchiere nascose la faccia contro il grembo dell'Annina. Per un'ultima civetteria di grande artista la Patti riservava l'effetto del proprio volto per quando scenderebbe dal letto. Adesso non si discerneva che una cuffietta bianca, dalla quale sfuggivano sull'origliere alcune ciocche brune: il resto era confuso sulla coperta. Poi il medico arrivò mattiniero secondo il solito, e Violetta volle alzarsi.