Allora un raccapriccio gelato corse per tutto il pubblico. La tisi lenta, che la divorava da qualche anno, non le aveva lasciato più che la pelle cenerognola e poche ossa, fortunatamente nascoste dal vestito. Ma i suoi movimenti erano così rotti, che sembrava di intenderle scricchiolare ad ogni istante. Il suo bel viso da uccello di rapina, a forza di assottigliarsi, era rientrato nel profilo tagliente del naso, mentre gli occhi le si erano sprofondati nell'orbita, e il loro cerchio turchino era disceso giù nello scavo delle guancie. Ma la bocca livida aveva ancora i denti bianchi come nei giorni del suo bel sorriso. Una piccola cuffia da notte, di una semplicità molto povera, tratteneva il disordine dei suoi magnifici capelli neri, e le si annodava sotto il collo con due lunghe cordelle cadenti sul seno. Ella si appressava, sorreggendosi sulla spalla del medico e sul braccio di Annina con uno sforzo così faticoso, che le traeva ad ogni passo dal petto uno scoppio di tosse. Nulla restava più della Violetta, che Parigi aveva ricevuto un mattino dalle mani della provincia, fresca come un pomo, per gettarla nella terribile operosità delle proprie cucine, e trarla frutto candito dall'aspetto malsano e il sapore composito. Tutta quella decorazione, abbagliante a forza di essere ricca, che aveva fatto di Violetta una delle tante fantasime del lusso, una figura volgare e straordinaria appunto come una decorazione improvvisata, nella quale non si erano risparmiati nè danari nè uomini; la Violetta, che passava fra le duchesse del bosco di Boulogne come una duchessa di un'altra aristocrazia, che era una curiosità per tutti gli uomini ed una novità per tutti i luoghi; la Violetta, che una sera, d'improvviso, era saltata a piè pari dal proprio trono vendereccio per infilare il braccio di Alfredo, e fuggire con lui in campagna a respirare l'aroma della terra; la Violetta dell'ultimo ballo, spettro regale, che ricompariva nella sala del trono per ricevere un insulto plebeo da un suddito pazzo di amore: tutto era sparito senza traccia e senza speranza. Solo i capelli, ricciuti e neri come una volta, gettavano ancora sotto il trapunto della cuffietta qualche ilare riflesso.
Tutto le era stato egualmente fatale, il vizio come la virtù.
Poi, sedendosi, trovò ancora un gesto della passata eleganza, e lasciando la mano, bella tuttavia, sulla spalla del medico, lo ringraziò con uno straziante sorriso. E cantò.
La musica delle sue parole sembrava battuta sul ritmo affaticato del suo cuore, mentre la sua voce, fattasi più pura nello sfacelo di tutto il corpo, aveva l'inesprimibile limpidezza del pensiero nei moribondi. Si sentiva morire. Invano il medico colla pietà dozzinale del mestiere le diceva di confidare nella convalescenza vicina, mischiando le proprie frasi fredde tra le parole intenerite di Violetta. Poi l'ultima speranza, la sublime illusione di ogni martire, che aspetta di veder squarciarsi il cielo, ammalata anch'essa di tisi, le si svegliò in cuore. Da molti giorni Violetta aspettava una lettera di Alfredo. In quella rassegnazione d'agonia ella non domandava più che di vederla per inebriarsi l'estrema volta d'orgoglio, e concedergli il perdono del martirio. Sempre donna, voleva Alfredo ai piedi per sentirlo rabbrividire al suo aspetto di agonizzante, egli che le aveva affrettato la morte, e, mentre singhiozzerebbe, adagiargli il capo sulla spalla e spirargli l'anima nel petto. Era l'ultima decorazione della sua vita, il gran finale del suo ultimo atto. Quindi uscita l'Annina, si trasse di seno la lettera del padre, conciso rescritto di grazia, e la rilesse forse per la centesima volta. Dopo essersi battuto col barone ed averlo ferito, Alfredo era scappato all'estero per stordirsi; ma il padre impaurito del suo cordoglio ostinato, gli aveva scritto rivelandogli finalmente il secreto: Alfredo era già forse in viaggio, ed affrettava col cuore febbricitante d'impazienza l'impeto del treno, che lo portava. Ella lo vedeva laggiù, in fondo alla Francia, cacciare la testa dagli sportelli, guardando verso Parigi, e ritirarla con atto di scoraggiamento. Allora una eguale paura la sopraffaceva, e, piegando il volto sul seno, ripeteva a bassa voce colla parola di tutti gl'infelici, che la vita uccide e la morte non disillude: è tardi! Ma l'orgasmo di quell'attesa le si fece improvvisamente così vivo, che dovette levarsi. Un raccapriccio gelato le passò sulla faccia, travedendosi nello specchio: vi si appressò. Una boccetta azzurra, dal collo lungo, vi esalava ancora il profumo favorito dei suoi fazzoletti, sui quali aveva forse tante volte lasciata la bava sanguigna dei primi scoppi di tosse. Ella sorrise, poi chinandosi sulla lastra sino quasi a toccarla colla fronte, parve voler esaminare attentamente la povera sembianza, che la guardava dal cristallo con due grandi occhi di spettro. Una mano le corse involontariamente al riccio, che le usciva dalla cuffia, immutata bellezza della sua gioventù, sul quale avevano scintillato tanti brillanti, e nel quale forse si erano tuffati tanti baci di tante persone. Quindi ridivenne seria obliandosi per qualche minuto nella propria apparizione. A che pensava? Quali ricordi le tornavano alla memoria dai giorni lontani della vita, dal mattino campestre o dal meriggio parigino, e, migrando lontano come uccelli passeggeri, quale strido le gettavano dall'ultima curva dell'orizzonte? Forse il loro volo era così denso, che la loro ombra le imbruniva il volto: lo abbassò, e sempre barcollando tornò ad aggrapparsi alla poltrona. Vi sedette.
Allora l'ultima speranza, che le agonizzava in cuore, si rizzò per dare uno sguardo d'addio al mondo. Era un canto sommesso come una preghiera mormorata ai piedi di un altare, sotto la volta scura di una chiesa, che le colava insensibilmente dalle labbra, mentre l'occhio le strisciava sullo smorto paesaggio della vita. Le ultime foglie gialle erano già cadute sul terreno, tutte le mandre avevano riparato alle stalle, il vento passava in silenzio per la campagna brulla, il sole si spegneva a poco a poco come una lampada funerea. Ma ella non rabbrividiva. La sua canzone solitaria si perdeva nell'aria come l'ultimo fumo di una ruina. La testa abbandonata sul cuscino, che le rammorbidiva la spalliera della poltrona, le mani incrociate sul grembo nell'attitudine dei morti, l'occhio immobile come vetro, cantava lentamente. Quella cuffia da nonna dava un'altra malinconia alla sua nenia, una inconsapevolezza di vecchiaia, nella quale il linguaggio non è più che un'eco. Finì, poi riprese, cullata dalla sua monotonia, trasportata dal suo murmure verso il silenzio del sepolcro. Che cosa diceva quel canto? Nessuno lo distingueva bene, ma tutti capivano ed impallidivano al barcollamento di quella testa vicina ad addormentarsi nell'ultimo sonno, e che affondata nel cuscino sembrava dentro una culla. Tutto il genio infermo di Verdi mormorava in questa ultima romanza del dramma più accarezzato dal suo cuore di artista. Poi un singhiozzo, che era un insulto di tosse, la interruppe. Il pubblico rattenuto sino allora dal rispetto della morte, si scatenò in un applauso furente mentre il baccanale del bue grasso passava sotto le finestre dell'inferma con strepito avvinazzato. Quindi Violetta, ridivenendo nuovamente la Patti, dovette ripetere la romanza.
Naturalmente la ripetizione fu ancora più acclamata, ma la Patti si scompose talmente alla fine, che se la cameriera avesse tardato a rientrare colla grande notizia di Alfredo, forse non avrebbe saputo ricoricarsi moribondamente sulla poltrona. Allora la Violetta d'altra volta riapparve entro un baleno acciecante di vita. Aveva già compreso; ansava, cogli occhi in fiamme, le mani brancicanti, sentendolo salire per le scale, mentre Annina non si era ancora spiegata. Vedeva, udiva, poi l'anelito la soffocava, e le forze stavano per abbandonarla, quando Alfredo comparì sulla porta, ed ella gli si precipitò nelle braccia con un urlo straziante di demenza. Perchè mai Alfredo era sempre Niccolini, cogli stessi stivaloni e il medesimo cappello piumato? Perchè Verdi, obliando tutto il proprio ingegno, ha scritto il dialogo dei due amanti con quella volgare stampiglia di frasi, sciupando una scena, che sarebbe stata sublime in mano a qualunque altro: e stretto della necessità di una bella romanza è andata a cercarla nell'ultimo atto del Trovatore? Perchè Verdi è così spesso un altro, che scrive della musica da capobanda, senza testa e senza cuore? Perchè quando si sa mettere nella bocca di Violetta quell'ultima frase, mandando l'Annina per il medico, nella quale si sente dissolversi tutto il suo cuore, e che la Patti cantava come non è possibile immaginarlo senza averla sentita; perchè dunque mungerla in una cadenza, che dovrebbe far trasecolare la stessa Annina, e cader le braccia ad Alfredo per quanto sinceramente innamorato? Perchè nel duetto seguente la disperazione ribelle di Margherita, e la speranza rassegnata di Alfredo si esprimono col medesimo canto, mentre sentimento e parole sono così terribilmente opposti? Perchè questo fatale convenzionalismo, che deforma la bellezza e mutila l'arte: perchè, essendo grandi, non si osa essere liberi, e Verdi viene anch'egli colla turba dei minori e degli uguali a curvare la fronte incoronata sotto certe forche caudine? Perchè mai, quando Wagner le ha rovesciate con un cozzo superbo, i critici le rialzano, e artisti come Verdi vi ripassano?
La Patti era in piedi: un riflesso d'incendio le bruciava il viso illividito, la cuffia gettata indietro con gesto quasi feroce le svelava l'altezza della fronte, solcata da una ruga profonda e battuta da un vento di tempesta. Un momento parve dimenticarsi di Alfredo per ridiscendere come un giudice nella propria vita, e risalirne come un condannato, che montando il patibolo si ferma in faccia al cielo per disonorarlo con una suprema bestemmia d'innocente. L'accompagnamento su tutte le corde basse imitava l'anelito faticoso d'un'ultima collera. Poi fece un passo, e sollevandosi sulle punte dei piedi, le braccia levate, le mani raggrinzite nello sforzo impotente di un graffio, squassando la testa nel delirio di una imprecazione, avventò la prima nota. Era orribile, era vero. Tutta l'orchestra batteva, tutte le dita pizzicavano le corde con inconscia veemenza; Niccolini stava intontito, il pubblico era perduto di terrore. Ma le forze l'abbandonarono, e l'imprecazione le morì in lamento soffocato. Il destino aveva vinto. Perchè dunque le gettava Alfredo fra le braccia, pronto a condurla sposa in Provenza, adesso che ella non aveva più la forza di un bacio? Ah! era vile, era degno di Dio! Invano con faccia di marito bonario, Alfredo ripigliava uno ad uno i suoi accenti, e la pregava di calmarsi per non fare troppo soffrire lui medesimo; chè ella non lo sentiva nemmeno, e seguitava a gemere nel singhiozzo convulso dell'orchestra.
Allora la corda di un contrabbasso vibrò con tale violenza, che la Patti stessa, curva sui lumi della ribalta, fra le braccia di Alfredo, si volse involontariamente. Era Bartolomeo con due grandi lagrimoni per la faccia, che pizzicava rabbiosamente la propria corda: ma l'arco gli cadde di mano a quell'occhiata, rumoreggiando: ella si rivoltò, alcuni suonatori si torsero. Bartolomeo era scoperto, piangeva; però nessuno sorrise, tutti erano commossi. Il maligno violoncellista, estatico, non si avvide fortunatamente di nulla; poi, quando la Patti si abbattè nuovamente sulla poltrona, l'orrore fu tale, che egli stesso balzò in piedi. Il pubblico non potè nemmeno applaudire. Quindi l'ultima scena precipitò. Annina, il padre di Alfredo e il dottore rientrarono insieme. Naturalmente la musica sofferse del loro ingresso, e ricomparvero le frasi di riempitivo, questa volta quasi naturali, per la qualità dei personaggi e la loro posizione drammatica. La stessa volgarità delle parole li rendeva veri. Violetta moriva: l'anelito delle spalle e il cerchio turchino sotto gli occhi le diventavano più visibili, il naso le si profilava sotto la mano della morte. La vittima era adagiata sull'altare attendendo la fiamma del cielo. Una emozione religiosa s'impadronì di tutti i cuori, assiderandoli nella paura dell'invisibile. La fisonomia della morente si illuminò. Il martirio, nobilmente accettato e intrepidamente sofferto, le dava l'ineffabile sembianza dei santi. Cortigiana immolatasi per la felicità d'una vergine sconosciuta, moriva sulla soglia del santuario, come gli antichi romei in vista del Golgota, sul quale era spirato il loro Dio: e allora, pregando per un più santo Romeo, cui il cielo concederebbe di baciare la terra bagnata del sangue divino, gli affidava nell'ultima preghiera l'adempimento del proprio voto mortale. La peccatrice perdonata, non era degna di morire nel tempio di Dio. Un'altra vergine sconosciuta, forse romita di qualche povera casetta, doveva ricevere dalle mani di un sacerdote il cuore di Alfredo. Ella solamente doveva essere madre, e piangendo sul capo dei figli insegnar loro la virtù del dolore. Violetta no; il suo labbro non avrebbe potuto baciare, senza profanarle, quelle teste innocenti, il suo nome sarebbe sempre stato per loro una condanna d'infamia. Ma in quel momento, purificata dalla morte, coi piedi sulla terra e la fronte nel cielo, non pregava più, ammoniva. China sul suo diletto, porgendogli come reliquia il proprio medaglione, gli ordinava di amare un'altra donna e di procedere come un forte sul cammino della vita. La sua voce non era più umana, la sua musica era più che divina. Era un alito più leggiero di quello d'un morente, e profumato come d'un fiore; una voce, che salendo in alto si attardava in un'eco, aveva la dolcezza diffusa di un murmure e la soavità penetrante di un bacio. Non era più nè voce, nè musica, ma l'anima che si dilatava in una oscillazione di luce; la fiamma, che discesa sull'altare del sacrificio aveva consumato la vittima, e risaliva lentamente verso il cielo. Allora un grido supremo di Alfredo percosse il teatro, grido di spavento e di negazione umana dinanzi a quella visione di paradiso; poi il coro degli altri mormorò bassamente, e tutto tacque. Violetta era morta; ma il suo cadavere respirava ancora. Si alzò, battè gli occhi, brancicò la luce, mandò qualche suono che parve di parole, indi un grido, e si spezzò. Violetta era morta prima.
Allora tutti cacciarono il solito urlo, e il telone si abbassò per sempre sulla Traviata.
Lo spettacolo essendo finito, incominciava il trionfo. L'aria era di fornace, densa ed insoffribile: un'afa torbida s'aggravava su tutti i respiri e tutti gli occhi. Palchi e platea si alzarono: nel loggione il soffio dell'uragano piegò tutte le teste della plebe sul parapetto, e squassò sonoramente tutte le braccia. Fu uno scoppio irresistibile, che salì come un unisono procelloso, mentre la percossa delle mani imitava lo scroscio della grandine, e l'accento dell'applauso femminile vi aggiungeva come un sibilo di rami secchi. Uomini e signore, aristocratici e borghesi, tutti applaudivano col medesimo orgasmo, con una impossibile vanità di far spiccare il proprio applauso. Nelle barcacce gli eleganti erano montati sui sofà e sugli sgabelli, i fiori piovevano; i cartellini a mille colori, coi due versi della lapide collocata a perpetua memoria nell'atrio, svolazzavano con un volo di farfalle intorno alle lumiere: la gente li ghermiva e si sentiva ripetere lo splendido distico dell'impresario poeta: