— Mio padre mi ha sempre detto che è un istrumento prezioso, è un Albani. Mio padre era primo suonatore nell'orchestra del teatro comunale, dava dei concerti, e avrebbe potuto diventare un signore: invece è morto lontano, nella miseria, lasciandomi questa sola eredità. Ho voluto tardare a dartelo, perchè volevo essere sicura che saresti un suonatore: ora ti credo. Tu sarai più bravo di lui, io non me ne intendo, ma lo sento nel cuore. Ecco la mia eredità, ti ho dato tutto.
Giorgio ebbe un singulto.
— Non piangere — ella proseguì con voce sorda; — forse verrà anche la tua volta, ma tu almeno potrai piangere sul tuo violoncello. Io no...non posso... — esclamò agitando la testa, e dando in un grido, che tentò invano di nascondere sotto una risata.
— Porta via — soggiunse allungandoglielo —: va di là in cucina, e suona quello che vuoi.
Così dicendo tornò al lavoro. Giorgio rimasto coll'istrumento in mano, istupidito e commosso, non sentiva nè il fracasso procelloso della macchina, che pareva rompersi sotto le pedate, nè il soffio sibilante di quell'anelito, che la faceva quasi rassomigliare ad una locomotiva.
Poi si distrasse, e, lasciando l'istrumento appoggiato ad una sedia, le venne dinanzi. Anna aveva il naso sulla tela; le mani le tremavano convulsamente.
Ella non gli badò.
— Anna — susurrò il ragazzo, allungando la mano sulla tela per pigliarle una mano; le strinse una palma fra le dita, e, curvandosi, aspettò che levasse il viso.
La macchina proseguiva a corsa.
— Anna! — replicò più forte, vibrando di tutto quel trasalimento.