Ma ormai Giorgio ne sapeva quanto il maestro, che per quella assimilazione involontaria delle nature incompiute, le quali credono di svilupparsi nelle nature più ricche, assistendole, considerava come propri i suoi progressi. Infatti Giorgio aveva tutto ciò che mancava a lui e nelle proporzioni più giuste; la misura, il senso fine, il sentimento contenuto ed elevato, l'attitudine fisica, questa materialità tremenda ed incomprensibile, che fa uscire accenti sovrumani dal gozzo di un cantante imbecille, e toglie al più gran genio di poter esprimere, altrimenti che scrivendolo, il proprio canto. Perfino il difetto delle mani troppo grandi lo favoriva. Un giorno finalmente Gaspare gli permise di portarsi a casa il violoncello per far sentire all'Anna la romanza del tenore nel terzo atto del Faust. Giorgio avrebbe voluto che Gaspare assistesse all'esperimento, ma egli ricusò per una modestia, che era una grossa superbia. Anna strabiliò alla novità inaspettata, ma come intese quella musica di Giorgio, il cuore le sobbalzò. Giorgio aveva una fisonomia signorile, alla quale l'ispirazione di quel momento aggiungeva un significato romantico. Ella ascoltò colle lagrime agli occhi, e il cuore grosso di una gioia, che era quasi un dolore. Era strano, era impossibile, che Giorgio potesse suonare così, fosse così bello!

Gli anni erano passati inavvertiti. E il loro spirito confuso cercava a tastoni le date nella memoria per misurare la strada percorsa e contare i giorni vissuti col povero orfanello, allevato da lei per carità di madre sterile. Ma quando Giorgio all'ultima nota della romanza le cacciò gli occhi negli occhi col raggio dell'artista, ella si sentì ferita, e si allentò sulla sedia. Una rivoluzione le scoppiava nell'anima, accumulatavi insensibilmente nei lunghi giorni solitarii col ragazzo, che le diventava uomo alle sottane, e le gettava negli orecchi le modulazioni di tutte le voci, le voci di tutte le passioni.

— Dio! che cos'è? — esclamò Giorgio, correndo ad abbracciarla — non sei contenta?

L'Anna trasalì, e lasciandosi cadere la testa sul petto soffocò un:

— Oh!

Giorgio tremava, ma ella si levò impetuosamente, lo respinse, e andò all'armadio. Giorgio non l'aveva mai veduto aperto. Anna si cercò febbrilmente la chiave in tasca, e spalancandolo alla fine, gli mostrò dentro una cassa di violoncello: l'altro frenò appena un urlo. Con un forza nervosa, che non si sarebbe mai creduta nel suo corpicciattolo, essa l'afferrò, la trasse dall'angolo, la posò per terra con una mano sola, e girando convulsamente la chiavetta, che era ancora nella toppa d'ottone, scoperse un magnifico violoncello.

La cassa era foderata in felpa verde, scolorita.

Giorgio si era appressato.

— Eccolo! — gli disse con un gesto quasi solenne.

— Era di mio padre, bada! Sai che ti amo molto per dartelo... e tu... — ma un nodo di tosse, che pareva un singhiozzo, le soffocò la voce, squassandole il petto. Una vampa di rossore le salì dall'erpete delle guancie sino alla fronte; ella chiuse gli occhi, e con accento fioco, il volto annebbiato da un cordoglio inesprimibile, proseguì adagio: