Talor,—quando ti credi sola, e ignori

che nell'ombra gelosa in cui t'interni

ti spìano i miei seguaci occhi materni,—

in un pensiero il volto trascolori.

Cinte le braccia ad arco sui ginocchi,

tesi il mento e la bocca in un superbo

gesto di volontà, pensi. Niun verbo

può dire quel che dicono i tuoi occhi.

Ardor di sangue, ardor di fede, vampo

represso.—Ma è ben tuo, figlia, quel viso?...

Ove io lo scôrsi, un giorno?... e avea quel riso

interïore, e quel selvaggio stampo

d'adolescenza conscia d'esser viva

per esser forte!... Ove lo scôrsi?... Forse

nell'altra vita. O, forse, in sogno. O, forse,

in uno specchio. Ah, mi ricordo!... Empiva

del suo denso pallor la fredda lastra

appesa al muro. E mi guardava, fisso.

Era il mio volto, sôrto da un abisso

d'ombra, e riflesso in torba acqua verdastra:

nuovo a me, dal grande arco delle ciglia

al labbro acceso: cerchio inebriante

d'enigmi, ove affondavo il cuor tremante:

ed ora è tuo perchè il trasmetta, o figlia.

[pg!51]

[LA MORTE]

Se necessario è il male, e necessaria

la morte,—anche tu dunque, o Luminosa,

morrai?... tu, che letizia da ogni cosa

suggi, come ogni bocca sugge l'aria?...

Io t'avrò fatta, io con insonne e fida

ansia t'avrò cresciuta, per saperti

mortale, e spenta, forse, in braccio averti?...

Dunque ogni madre al mondo è un'omicida?...

Dunque la vita mia, che a te coi cento

e cento suoi lacerti s'aggroviglia,

nulla potrebbe in tua difesa, o figlia

nata per la mia gioia e il mio tormento?...

Cingerti non potrebbe un'invisibile

veste, d'amore e amor tutta intessuta,

che contro gli anni e la ferocia muta

della morte ti renda incorruttibile?...

Nella miseria mia solo il patire

per te m'è dato, e in esso consumarmi:

perchè tu possa, o figlia, perdonarmi

d'averti messa al mondo per morire.

[pg!53]

[IL SOGNO]

Non ti basto, lo so. Già i tuoi grandi occhi

guardano a un sogno ov'io non oso entrare.

Già sulla soglia sei, fra rose chiare

che sbocciando ti splendono ai ginocchi.

Già tu ascolti—e un po' piangi, e un po' sorridi—

musiche dolci ch'io non odo più.

Piccola mia, fragile amore, tu

sei dunque come i passeri dei nidi?...

.... Vento di primavera, erbe novelle,

gemme sui rami, nuvole nei cieli,

cantar di fonti, verdeggiar di steli

promessi al caldo oro del grano, stelle

fulgide come sguardi, novità

di tutto, ansia di spremer da ogni foglia

il succo, da ogni affetto che germoglia

il suo mistero d'immortalità!...

Non io ti mostrerò le cicatrici

del cuor, le rosse stimmate, sì a fondo

incise, che la vita è nel profondo

attossicata sino alle radici.

E quand'anche il facessi, i passi snelli

non fermeresti tu sulla tua strada,

tu, che infili cristalli di rugiada

per farne serto ai morbidi capelli.

No!... Vivi l'ora tua, che una sol volta

si vive!... Piangerai dopo. È il tributo

sacro. Ma da timor gelido e muto

l'ora divina a te non venga tolta.

[pg!57]

[IL MISTERO]

O generata per mirar la gioia

negli occhi, e far ghirlande di giunchiglie,

passando in danza fra le maraviglie

dolcissime d'un maggio che non muoia:

o tu che porti in te la giovinezza

di tutti i rivi, e pur ti godi a bere

ad ogni fonte che ti dia piacere,

ad ogni raggio che ti dia bellezza:

stupefatta io ti guardo, e mi domando

chi sei: nè più ricordo il mio supplizio

nel procrearti, e il lungo sacrifizio

de' miei begli anni, in te sola vibrando.

Nulla ricordo. Ora potrei nel gorgo

sparire: nulla più t'è necessario

da me: nel getto pieno e statuario

del tuo fiorire il tuo destino io scorgo.

Ah, potess'io pensar che da una scorza

d'albero, gaia boschereccia ninfa,

balzata fossi, e avessi in te la linfa

di quel tronco, e la sua virginea forza!...

Balzata fossi dagli oceani immensi,

vestita d'alghe, satura di sale!...

Ma il peccato d'origine, il mortale

peso del sangue incarcera i tuoi sensi.

Sei nuova, e pure in te fremono i mondi:

vita io ti diedi, e pur mi sei straniera:

penetrarti vorrei, ma tu di fiera

semplice grazia il tuo mister circondi.

E vai,—nè io ti seguo, poi che l'ombra

mi tiene.—Ma se il mal, belva in agguato,

t'abbrancasse, ben io saprei d'un fiato

farmi, per te salvar, la strada sgombra:

non sarei che un istinto, un cieco istinto

carnale, armato a tua sola difesa:

nè cederei, nè lascerei la presa

selvaggia, fino a quando avessi vinto.