MASSIN. Ma questo campo ove stiamo, il puoi Numida al pari che Romano appellare. Un forte stuolo de' miei v'ha stanza, ed io di guerra stovvi non inutile arnese. Omai tu figlia piú d'Asdrubal non sei, né di Siface vedova piú, da che promessa sposa di Massinissa sei.

SOFON. Deh! non ti acciechi l'amistá troppa, che a Scipion ti stringe. Qual ch'egli sia costui, Romano è sempre; quindi ei pospone a Roma tutto; e a nullo dei nemici di Roma esser può mite. Non la sua rabbia contro a me fia paga di aver vinto ed ucciso e vilipeso Siface, no: Cirta predata ed arsa, e i Masséssuli tutti al duro giogo tratti, no, sazia in lui non han la sete ambizíosa e cruda. Or, nel vedersi quasi in sue mani Sofonisba, a dritto da lui tenuta, qual io son, nemica implacabil di Roma; or, nel superbo suo cuor, non vuoi che l'oltraggiosa speme nutra ei di trarmi al carro avvinta in Roma? Pur, ciò non temo; ancor che donna…

MASSIN. Oh cielo! Che pensi tu? fin che di sangue stilla mi riman nelle vene, esser ciò puote? Ah! no; nol credo; or l'odio tuo t'inganna; tu Scipion non conosci.

SOFON. Odio, ed amore, or mi acciecan del pari. Io quí venirne mai non dovea: ma pur, securo loco nel mondo omai non rimaneami nullo. Piacque al mio cor di seguitarti, e al solo mio cor credei; ma il mio dover, mio senno, mia fama, in Cirta mi volean sepolta fra le rovine sue.

MASSIN. Ti duol d'avermi seguito? Oimè! dunque il mio viver duolti.

SOFON. Sol mi dorrebbe ora il morir non tua: e a ciò mi esponi. O Massinissa, il sai, ch'io fra le fiamme di mia reggia in Cirta, infra le stragi del mio popol vinto, udir da te parole osai d'amore… Ahi lassa me!… giá da gran tempo, al grido di tua virtú ch'Affrica tutta empiva, io di te presa; io, dai piú teneri anni a te dal padre destinata; a un tempo sposa ed amante a te crescea. Nemico aspro di Roma eri tu allor, com'io: piacque poscia a Cartagine, ed al padre, ch'io di Siface fossi; e a te pur piacque farti ai Romani amico: allor disgiunti c'ebbe il destino…

MASSIN. Ah! riuniti, il giuro, siamo or per sempre. O avrai tu meco regno, o morte io teco.—L'aver io dappresso vista e provata la virtú sovrana del gran Scipione, e il non aver mai vista la tua beltá, fur le cagioni allora, ch'io per Roma pugnassi. Ognor nemico stato m'era Siface; ei del mio trono m'avea spogliato: io di fortuna avversa agli estremi ridotto, amico niuno, fuor che Scipione, al mondo non trovava; e a lui mi strinse indissolubil nodo di gratitudin sacra. Io largamente compri ho di Roma i beneficj poscia, col mio sangue, pugnando in sua difesa: ma i beneficj di Scipion, sua pura alta amistá, coll'amistá soltanto, e coll'omaggio a sue virtú, si ponno pagar da me. Piú di Scipion, te sola amo; te sola or piú di lui; ch'io t'amo piú di me stesso assai.

SOFON. Giurami dunque, per darmen prova che di noi sia degna, giurami or tu, che mai d'Affrica trarre non lascerai me viva.

MASSIN. Inutil fia. Pur, poiché il vuoi, per questo brando io il giuro. T'avrei condotta io quí, se quí in periglio io ti credessi? Infra i Numídi miei potea secura entro il mio regno trarti: ma quí mi chiaman l'armi; io dal tuo fianco me disveller non posso: Affrica e Roma saper pur denno, che tu sei mia sposa: quind'io, nemico d'ogni velo ed arte, tale or mostrarti voglio.

SOFON. Omai secura nel tuo giurare, e nel proposto mio, mi acqueto… Ma, vien gente: infra i Numídi, alle tue tende io mi ritraggo intanto.