SOFON. Diverso lo stato nostro è assai: ma, non l'è il core… Credilo a me: bench'io non pianga, io sento strapparmi il cor: donna son io; né pompa d'alma viril fo teco: ma non resta partito a me nessuno, altro che morte. S'io men ti amassi, entro a Cartagin forse ti avria seguíto, e di mia fama a costo avrei coll'armi tue vendetta breve di Roma avuta: ma per me non volli porti a inutile rischio. È omai maturo il cader di Cartagine: discorde citta corrotta, ah! mal resister puote a Roma intera ed una. Avrei pur troppi giorni vissuto, se la patria mia strugger vedessi; e te con essa andarne, per mia cagione, in precipizio. A Roma fido serbarti, e al gran Scipion (qual dei) amico grato; in gran possanza alzarti; a tua vera virtú dar largo il campo; ciò tutto or puote, e sol mia morte il puote. Piú che il mio ben, mi sforza il tuo…

MASSIN. Mi credi dunque sí vil, ch'io a te sorviver osi?

SOFON. Maggior di me ti voglio: esserlo quindi tu dei, col sopravvivermi: ed in nome della tua fama, a te il comando io prima. Vergogna or fora a te il morir; che solo vi ti trarrebbe amore: a me vergogna il viver fora, a cui potria sforzarme il solo amore. È necessario, il sai, il mio morire: a me il giurasti; e ancora sariami grato di tua man tal dono: ma non puoi tormel tu, per quanto il nieghi. In questo luogo, al campo in faccia, in muto immobil atto, ancor tre giorni interi ch'io aggiunga a questo, in cui né d'acqua un sorso libai, vittoria a me daran di Roma. Vedi s'è in te pietá, cosí lasciarmi a morte lunga, allor che breve e degna giurasti procacciarmela… Ahi me stolta! che in te solo affidandomi, quí venni…

MASSIN. Tu dunque hai fermo il morir nostro…

SOFON. Il mio. Se insano tu, contro a mia voglia espressa, l'arme in te volgi; odi or minaccia fera, e l'affronta, se ardisci; io viva in Roma trarre mi lascio, e di mia infamia a parte il tuo nome porrò… Deh! pria che rieda a noi Scipione, in libertade appieno tornami or tu; se non sei tu spergiuro.

MASSIN. Che chiedi?… oh ciel!… Del brando mio non posso armar tua mano… Incerto il colpo…

SOFON. Il brando vuol mano, è ver, usa a trattarlo. Un nappo di velen ratto al femminil mio ardire meglio confassi. Il tuo fedel Guludda vegg'io non lungi; ei per te stesso il reca sempre con se: chiamalo; il voglio.

MASSIN. —Oh giorno!— Guludda, a me quel nappo.—Or va, mi aspetta alle mie tende.—È questo dunque, è questo il don primier, l'ultimo pegno a un tempo dell'immenso mio amor, che a viva forza tu vuoi da me?.. Pur troppo (io 'l veggo) in vita tu non rimani, a nessun patto; e a lunga morte stentata lasciarti non posso.— Non piangerò,… poiché non piangi: a ciglio asciutto, a te la feral tazza io stesso, ecco, appresento… A patto sol, che in fondo mia parte io n'abbia…

SOFON. E tu l'avrai, qual merti.
Or dell'alto amor mio sei degno al fine.
Donami dunque il nappo.

MASSIN. Oh ciel! mi trema
la mano, il core…