SIFACE D'un re fra ceppi stolto fora ogni sdegno. A me davanti se appresentato il mio rival si fosse mentr'io brando cingeva, allor mostrargli potuto avrei furor non vano: or altro a me non lascia la crudel mia sorte, che fermo volto e imperturbabil core. Quindi or pacato mi udrai favellarti.

MASSIN. Il disperato mio dolore immenso a te ristoro esser pur dee non lieve: odi or dunque, qual sia.—Mirami: in ceppi, piú inerme assai di te, piú vinto e ignudo di senno io sono, e assai men re. Giá tolto mi avevi il regno tu, ma allor per tanto tu vincitor di me non eri: ardente, instancabil nemico io risorgeva piú fero ognor dalle sconfitte mie; fin che a vicenda io vincitor tornato, il mio riebbi, e a te il tuo regno io tolsi. Ma godi tu, trionfa; intera palma di me ti dá questa sublime donna, ch'or ben due volte a Massinissa hai tolta.

SOFON. E vuoi, ch'io pur del debil tuo coraggio arrossisca…?

MASSIN. Non diedi a voi per anco del mio coraggio prova: ei pur fia pari al dolor mio.—Voi state (io ben lo veggo) securi in voi, per la prefissa morte. Degno è d'ambo il proposto; ed io l'intendo quant'altri; e a voi, ciascun per se, conviensi. Tu, prigioniero re, non vuoi, né il dei, viver piú omai: tu, di Siface moglie, e di Asdrubale figlia, in faccia a Roma pompa vuoi far d'intrepid'alma ed alta; né affetto ascolti, altro che l'odio e l'ira. Ma Siface, che t'ama; ei, che all'intera rovina sua per te, per te soltanto, s'è tratto; ei ch'alto e nobil cor, non meno che infiammato, rinserra; oh ciel! deh!… come, come può udir, che l'amata sua donna abbia a perire?…

SOFON. E potrebb'egli or tormi
dal mio dover, s'anco il volesse?

SIFACE E donde
noto esser puovvi il pensier mio?

MASSIN. Guidato io da furie ben altre, omai tacerti il mio non posso; né cangiare io 'l voglio, se pria spento non cado. Ad ogni costo salvare io voglio or Sofonisba; e salva ella (il comprendo) esser non vuol, né il puote, se non è salvo anco Siface.—In sella giá i miei Numidi stanno: al sorger primo della vicina notte, ove tu vogli, Siface, un d'essi fingerti, a te giuro d'esserti scorta io stesso, e illeso trarti con Sofonisba tua, fino alle porte di Cartagine vostra. Ivi tu gente, armi, e cavalli adunerai: né vinto egli è un re mai, cui libertá pur resta. Abbandonar queste abborrite insegne di Roma io voglio; e per Cartagin io, e per l'Affrica nostra, e per te forse, d'ora in poi pugnerò. Qualor tu poscia regno e possanza ricovrato avrai, sí che venirne al paragon del brando re potrem noi con re, col brando allora ti chiederò questa adorata donna; ch'or non per altro a te pur rendo io stesso, che per sottrarla a misera immatura orribil morte.

SOFON. Ineseguibil cosa proponi, e invano…

SIFACE Ei d'alto cor fa fede; me non offende: anzi, a propor mi sprona ben altro un mezzo, assai piú certo; e fia piú lieve a lui, men di Siface indegno; e in un…

MASSIN. Voi, domi dalla sorte avversa, ineseguibil ciò che a me fia lieve, stimate or forse; ma, se onor vi sprona, meco ardite e tentate. Ultimo, e sempre certo partito egli è il morir; né tolto ai forti è mai: ma a tutti noi, per ora, necessario ei non è. Scipion deluso, sol coll'alba sorgente il fuggir nostro saprá; fors'egli umano e giusto in core, rispetterá miei dritti: ad ogni guisa, mercé i ratti corsier, sarem coll'alba lontani assai. Ma, se inseguirci pure si attenta alcun, giuro che il brando io pria a Scipio istesso immergerò nel petto, che a lui rendervi mai. Questa mia spada, che me salvò gia tante volte; questa, onde il mio regno e in un l'altrui riebbi, non fia bastante a porvi entro a Cartago in salvo entrambi? Or, deh! per poco cedi; cedi, o Siface, alla fortuna: in sommo puoi ritornare ancor; né cosa al mondo tu mi dovrai. Nemici fummo; e in breve, di bel nuovo il saremo; il sol periglio di cosa amata al par da noi, fa muto l'odio e lo sdegno in noi. Supplice m'odi parlarti; in te la tua salvezza è posta. Ma se pur crudo il tuo nemico abborri piú che non ami la tua donna, intera abbine almen pria di morir vendetta. Ecco ignudo il mio brando; in me il ritorci.— O me uccidi, o me segui.