Giulio si frena a stento.

— No? ma ditemi almeno il perchè... in nome di Dio...

— Perchè... voglio... così... basta!...

— Ebbene io vi dico che voi avete torto, che la vostra collera è ingiusta... esclama vivamente Giulio alzandosi dalla sedia e passeggiando a passi concitati per la stanza. — Voi volete ostinarvi a tormentare una povera creatura senza motivi o per motivi indegni di uno della vostra condizione... E sapete cosa si dirà?... si dirà che tutte le vostre collere passate furono come questa, ingiuste, crudeli senza ragione... che la causa della vostra famosa guerra contro il castello non è già stato un risentimento scusabile, ma bensì una sordida avarizia, una cupidigia sfrenata... Si dirà, e si dice già, sappiatelo, me lo si butta in faccia a me, vostro nipote che voglio potervi difendere, si dice che i signori del castello, voi non volevate che spogliarli con angherie, cavilli e peggio... e si dice che la nostra ricchezza non è pulita... e...

Giacomo allo scoppiare di questa sfuriata ha levato il capo, ha spinto fuori i suoi piccoli occhietti sull’orlo delle palpebre sanguigne: a questo punto frenetico di rabbia, poggiando le mani sui bracciali grida con voce rauca:

— Impertinente! birbo!...

Le sue membra irrigidite dallo sforzo, tremano convulse.

Giulio lo guarda spaurito; — si pente di essere andato troppo in là con parole, e non osa fiatare.

— Birbo! ripetè il vecchio, io ho lavorato novant’anni per metter insieme quello che ho... me lo sono guadagnato... capisci?

— Nonno, — dice sommessamente Giulio, — non ho detto per offendervi...