Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di non accorgersi affatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua casa, il dottore gli dice:
— Avrei qualcosa da dirvi.
Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.
Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.
Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due ragazzi, che divorano cogli occhi il pane quotidiano.
La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della contessa, suole passar la notte.
Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta le spalle:
— Pasquale, voi non mi volete bene.
Ma l’altro è tutto intento a sorbire la sua monferrina, cioè l’ultimo piatto di minestra condita col vino.
— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la contessina... Non siete contento?