La trasformazione aveva durato sessant’anni.

Quel che l’uno perdeva l’altra guadagnava. Era stata una lotta sorda, lenta, ma incessante, implacabile, a corpo a corpo.

La cascina aveva cominciato ad allargarsi quetamente fino ad occupare tutto il terreno che le rimaneva ai due lati; e s’alzò d’un piano.

Poi spinse innanzi due ali ai fianchi e attraversò la strada privata che girava tutto intorno sotto il bastione ed era una volta il fosso di questo, e venne ad appoggiarle al muro.

Poi, dopo un po’ di sosta, un bel giorno sfondò il bastione, squarciò il terrapieno che stava dietro e spianatone un buon tratto, chiuse il suo cortile con un gran portico che congiunse le due ali. La torricella del portone feudale, rimasta serrata in un angolo, nascose vergognosa i suoi merli sott’una gronda plebea e si mutò in piccionaia.

Poi la cascina diventò casa civile e gettò il rustico dietro le spalle, facendo per questo un’altra breccia nel muro e un altro squarcio nel terrapieno signorile.

Poi tutto il bastione fu levato e i suoi materiali servirono alla fabbricazione di un altro portico e d’un’altra stalla smisurata, che sorsero dal lato opposto della collina.

Allora la cascina si spinse arditamente innanzi dalle due bande e si strinse intorno al castello: poi prese a scalzarlo, a cacciarvisi sotto, a ficcarvisi dentro, a scavarne le fondamenta, a strappargli le viscere, a scrollarlo, ad abbatterlo.

La facciata e i due corpi laterali caddero ad un tratto lasciando aperto il cortile. E cadde con essi il grande terrazzo della facciata, rudere venerando dell’epoca longobarda, sul quale nelle solennità della famiglia si alzava lo stendardo stemmato; e al suo piede dalla parte di fuori s’appoggiava una volta la tribuna di pietra donde il signore amministrava la giustizia. — Sparirono allora il doppio portico a centine e i vasti cameroni del pian terreno.

Dopo qualche anno si misero le piccozze e le zappe nel fabbricato del fondo, corpo principale del castello, che mostrò le sue viscere lacerate, i suoi appartamenti storici, dove hanno alloggiato D. Ferrante Sanseverino principe di Salerno e Bernardo Tasso: — spaccati da cima a fondo i suoi anditi pieni di misteri e di tradizioni, le sue alcove ricche di memorie e di segreti: — le costruzioni di tanti secoli accatastate l’una sull’altra, sepolte l’una sotto l’altra, veri strati di una storia famigliare e patrizia, i macigni rozzi dell’età remote, gli edifizi semigotici della media, i barocchi dei tempi più vicini, le colonne tozze, senza base, dai capitelli mostruosi, i solai a modiglione, gli stretti fenestrelli binati, le lesene, gli stucchi, gli stipiti, le cornici dorate, i muri dipinti, vennero fuori ad un tratto per sparire insieme in un sol mucchio, per confondersi in un polveraccio comune, per diventare terra e macerie. Pareva venuto proprio l’ultimo giorno, per il vecchio maniere d’Ormeto. Ma ad un tratto, quando già metà della fabbrica era stata abbattuta, le picche si arrestarono come per incanto. — Si spazzò il terreno dai rottami, si puntellarono i muri rovesciati che ancora rimanevano in piedi, si turarono alla meglio le fessure. E sulla collina si fe’ silenzio.