Egli si guardava attorno sbalordito; la stanza era qualcosa tra la camera mobigliata e il camerino di restaurant; una toeletta di legno verniciata in verde, una larga ottomana, un armadio a specchio e alcune sedie sfilacciate; alcune orribili litografie colorate con cornici nere spiccavano sopra la tappezzeria scura dei muri: Europa col toro, Dafne ed Apollo, Giuseppe e la moglie di Putifarre, Susanna al bagno; profanazioni di mitologia sacra e profana.

Rientrò la fantesca col vino: trovò ancora il conte al suo posto e lo guardò di nuovo.

Egli pareva impietrito.

Luscià non s’era voltata ancora, s’era levato lentamente il cappellino, lo scialle, li aveva buttati sulla tavola; s’era lasciata cadere sopra una sedia e aspettava.

Il conte la trovava bella come non l’aveva mai vista. Tutto quel non so di triviale, di plebeo, di lurido che l’attorniava, non scemava, ma faceva risaltare i suoi vezzi. La sua bella testa greca, il suo collo flessuoso, avevano un fascino maggiore in quel fondo equivoco. Ella era al suo posto. Pareva più seducente, più viva, più altera.

Egli la contemplava e dimenticava nel guardarla ogni cosa.

Ad un tratto ella s’alzò e accostandosi allo specchio disse con impazienza:

— Dunque?... hai paura?

Poi levò gli occhi; il viso pallido, esterrefatto del marito apparve nel cristallo dietro il suo.

Si volse di repente.