Rifecero di corsa la strada del mattino; i trabalzi della carrozza e il frastuono assordante della città risparmiò loro il bisogno di proseguire la conversazione.
Ciò servì ad entrambi.
Era uno di quei discorsi che, una volta interrotti e sedata la commozione che li ha ispirati, non si trova più il verso di riannodare.
Giunti al villino, il capitano salutò la signora, ma ella lo invitò ad entrare.
— È tardi, disse, bisogna che io vi dia da pranzo.
E non volle sentir scuse. Accortasi che la sua frase era, nei rapporti loro, scortese, si rabbonì, insistè, lo pregò, lo costrinse ad accettare.
Mentre la baronessa si ritirò a cambiar abito, Zaverio aspettò nel salotto.
Appoggiato al davanzale della finestra rimase assorto a guardare fra le stecche della persiana le barche che apparivano e sparivano sopra una breve e scintillante zona di mare, colla avidità attenta del prigioniero — e tanto intensa che non sentì entrare donna Vittoria.
Voltandosi, dopo un gran pezzo, la vide seduta placidamente sul divano. Ella lo guardava e nei suoi occhi luceva una viva soddisfazione.
Era superbamente bella: non vestiva con la minuta eleganza moderna ma con maestà antica e quasi sempre di chiaro.