Ci fe’ salire una scala di legno.
Entrammo in una cameretta tutta parata di bianco.
Una lucerna di veglia gettava una luce velata sopra un letticciuolo e sopra una fanciulla morente.
Riconobbi tosto la Krimilth, quale me l’aveva descritta Gustavo: il suo volto pareva di cera. Alcune treccie di capelli rossi bellissimi scendevano sul guanciale. Era una figura singolarissima, non bella, — più che bella.
Una giovinetta, la sorella di Karl che stava accanto al letto, venne alla nostra volta.
Gustavo solo si accostò. La Krimilth si volse da lui, gli stese la mano.
— Tardi, — disse con voce dolce e lamentevole, — però hai fatto bene a venire; tu abbrevii le mie pene. Povero amico! non hai voluto la rigenerazione, non ti rimane che l’espiazione, povero amico!... Il tuo cuore è fiacco e molte prove ti aspettano. — Nessuno sfugge alla sua sorte. Chi non la combatte la sopporta.
— Krimilth! ero venuto per te, — disse angosciato Gustavo.
Ella scosse il capo.
— No, no, per te, per te solo. Ascolta. Ho molto a dirti; chinati qua presso alle labbra; aspetta ed ascolta.