Non veniva nessuna persona di condizione — nessuna donna.
— È un’idea di mia moglie, spiegava il barone, ella dice che le donne sono un impaccio. E sentiste come lo afferma con convinzione! Avrei voluto ch’ella frequentasse la società cui per la sua nascita appartiene, oh sì! non c’è stato verso di smuovernela. — E sapete ch’ella non ci sfigurerebbe, aggiungeva.
Egli ne parlava più che mai volentieri. E non era il solo. I fortunati, ammessi alle serate del barone, non erano avari delle loro indiscrezioni: ne chiaccheravano e le facevano nei crocchi degli sfaccendati un grande successo di curiosità.
I giudizii sul suo carattere erano diversi; gli uni dicevano: — è una donna superiore — gli altri: — è una matta.
Si raccontavano delle bizzarrie: che subitamente si stizziva e cambiava di umore; talvolta buona, cortese, si adombrava ad una parola e rispondeva sdegnosa, sprezzante; poi certe sere s’alzava e usciva improvvisamente.
Si notava ch’ella era premurosa con tutti quelli che vedeva la prima volta, s’intratteneva pazientemente con loro, li faceva parlare di sè stessi, li interrogava con una insistenza curiosa. Ma, dopo un paio di sere, se ne stancava e non li guardava neanco più in faccia.
Spesso in lei alle vivacità eccessive succedevano delle distrazioni profonde, quasi cupe.
— È un cervello guasto.
— È un’anima rosa da una cura, sentenziava un osservatore.
— Quale?