Giovanni giocava una grossa partita; e voleva vincere; — si trattava dell’agiatezza di Bettina.
La sera, quando il sentimento del dovere si rallentava, egli rimaneva accasciato; si metteva a desco e non aveva quasi forza di spezzare il suo pane. Rimaneva estatico, in uno strano languore — non senza dolcezza. Perchè in quei momenti di prostrazione la sua tenerezza si mutava in una voluttuosa ossessione. Egli fissava gli occhi luccicanti nel volto calmo e freddo di Bettina, che si pappava placidamente la cena, senza darsi pensiero del suo febbrile orgasmo.
L’amore rubava al povero Giovanni le brevi ore di riposo: l’amore, che quando era sano gli comandava, ora lo strapazzava e spesso alla mattina egli s’avviava al lavoro senza aver chiuso occhio in tutta la notte.
Riccardo gli faceva talvolta delle paternali:
— Te l’ho detto io che era un impiccio: eccoti là con una ciera di cencio lavato. Bada veh!
Ma Giovanni sclamava:
— Che, potrei vivere senza di lei?
Nei dì festivi si facevano solitamente delle gite nei dintorni; a Capaccio, ad Eboli, ai casali sulle rive del fiume. Erano giornate diverse dall’altre; punti luminosi nella monotonia della loro vita di relegazione. Riccardo, nella galloria, smetteva il suo noioso sussiego e diventava buon figliuolo, anche colla Bettina.
La prima domenica di luglio avevano progettato di visitare le rovine di Pesto.
Ma, il sabato sera, Giovanni era tornato a casa affranto: non poteva nascondere un grave malessere: ne accagionava il caldo terribile di quella settimana canicolare.