E spiccava una qualche diabolica misura di valzer o di galoppe, evocazione irresistibile alla vita e alla gioventù assonnite dalla fatica, dal tedio, dal caldo e dalle tenebre.

Allora tutta la casa trasaliva, da cima a fondo, rispondeva — nasceva un sordo fermento, poi uno scalpiccìo confuso, un ruzzolare precipitoso giù per le scale. Il cortile, in un amen, era invaso da una folla invisibile, rimescolata, aggirata da un repentino furore. La danza cominciava. Il vinaio del cantone, chiuso il negozio in istrada, lo riapriva in cortile, e l’uscio della retrobottega gettava da un angolo all’altro una striscia luminosa nella quale passava un turbinìo confuso di forme e colori lumeggiato dal bianco delle camicie e delle sottane. La ridda vertiginosa allagava il cortile e l’atrio; le ragazze di «buona famiglia» ballavano negli androni, sui pianerottoli, sui ballatoi, si scatenava da cima a fondo un tripudio da veglione, un baccano scomposto e tenebroso: scoppiavano fischi, voci e strida, garriti di vecchie, picchiate e rampogne paterne, cui rispondevano urli e beffe e risi e querimonie misurate al basso dallo scalcagnare sul ciottolato, e in alto dallo squillo del pianoforte indiavolato.

Lo strepito si allargava per la campagna sino alla riva del Po: frotte di giovinotti traevano a tentoni, fra le biade e le erbe alte dei prati, a quella casa buia e chiassosa, e si ficcavano, per prender parte alla galloria, tra le assi dello steccato in fondo al cortile; poi, una volta dentro, si buttavano nel vortice, brancicando, afferrando le ragazze, rapivano ballerine o buscavano scapellotti o alla peggio ballavano fra uomini. Riccardo era nel suo elemento, felice di suscitare, di governare, di malmenare quell’incomposta gazzarra, invisibile dalla sua camera del terzo piano; sonava, accavallando reminiscenze ed improvvisazioni, spingendo il crescendo fino al parossismo, fino alla frenesia.... e trac si fermava di botto e arrestava le danze, poi, dopo una pausa, nel subito silenzio, lanciava una frase solennemente beffarda che a Torino si canta colle parole:

«Guarda lì che it ciche»

intraducibili, che vogliono dire press’a poco: Tu mastichi la bile.

Egli aveva uno strano talento per il disordine che nulla avrebbe potuto frenare; ma egli si frenava quando voleva. Anzi egli non suscitava il diavoleto che per il gusto di domarlo.

S’alzava qualche protesta isolata, cui egli rispondeva con un miagolìo schernitore.

Qualche voce strillante di birichino ripeteva:

Guarda lì che it ciche!

Il baccano finiva. La brigata si scioglieva brontolando.