— Va bene, brontolò il brigadiere: ed entrò per un usciolo in fondo nella sua camera.

Siro s’affacciò alla stanza di guardia; il doganiere dormiva disteso supino sulla panca: il carabiniere, collo schioppo imbracciato, il cappello sugli occhi, si appoggiava alla finestra con un atteggiamento tanto discreto e prudente da rendere temerario ogni giudizio sulle concessioni che il suo pensiero faceva alle volgari esigenze del sonno. Un grosso gatto bianco accovacciato sulla stadera torniva gravemente.

La lanterna a bilico tremolava e scoppiettava.

Siro, colla irriflessione del sonnambulo, attraversò la stanza, prese sul banco la lanterna di servizio, spiccò dal muro la chiave, andò dritto alla porta del deposito, l’aperse, entrò, rinchiuse.

Il carabiniere si scosse, diede un’occhiata indifferente a quest’atto del flebotomo e si ripose a passeggiare lentamente. Il gatto tacque e si lisciò serio serio i mustacchi: il solo doganiere non si mosse.

V.

Siro si fermò sulla soglia.

Dietro la porta nella stanza di guardia il passo del soldato, come oscillar d’un pendolo che si arresta, passò, ripassò, si rallentò, tacque. Il brontolìo del gatto ricominciò. Il temporale era cessato.

Il flebotomo si accostò al saccone.

Il prigioniero era sveglio e lo saettava collo sguardo tagliente della disperazione che non chiede conforto.