Arrivati in fondo, passarono sotto il finestrello illuminato e fecero, ripiegando in cortile, alcuni passi. V’era un mucchio di telai contro il muro; il barone si fermò, ne rimosse alcuni, frugò nell’ombra, poi riafferrato il braccio del giovane lo tirò dentro ad una porticina ch’egli aveva aperta.
Entrarono in uno stretto andito buio, svoltarono a destra e, fatti tre o quattro passi, si fermarono davanti ad una striscia luminosa che rivelava un uscio socchiuso.
II.
La vita solitaria della baronessa Vittoria di Ruoppolo era regolata da abitudini fisse e invariabili.
Tutte le mattine, alla punta del giorno, appena desta, indossava un accappatoio e scendeva nel bagno.
La cameriera l’accompagnava, e risaliva tosto a prepararle il cioccolatte. Poi ridiscendeva ad asciugarla.
Quando ella rientrava nello stanzino, la signora balzava fuori della vasca; montava ritta sopra una predellina ricoperta di un pannolino finissimo, e, tutta stillante, scotendo colla soave maestà del cigno l’ultime goccioline petulanti che le correvano sulla persona senza potersene staccare, si faceva buttare sulle spalle un amplissimo camice ed asciugare diligentemente. Poi ella lasciava cadere ai piedi il camice e sprigionava dalla reticella sulla curva schietta e rosea delle spalle, in anella ed in spire mobilissime, i suoi capelli d’un rosso chiaro, lumeggiati d’oro e quasi sfavillanti.
Allora la donna le cospargeva tutta la persona di polvere di riso profumata e la ritoglieva con una spazzolina minuta di piumino. Poi, con una pezzuola di seta intrisa d’olio odoroso, la strofinava leggermente ridonando alla cute delicata, granita dall’irritazione del freddo e arrossata inegualmente dallo stropiccio, la sua elasticità, la sua morbidezza, la sua tinta lievemente rosata.
E la signora, eretta, la testa leggermente ripiegata indietro, le braccia conserte sul seno, lasciava fare colla immobilità piena di pensiero di una bella statua, impassibile sotto lo scalpello dell’artefice. Pure, talvolta, a una inavvertenza di Concetta, un lampo di collera turbava quella calma superba: la fronte breve e purissima si faceva cipigliosa e negli occhi glauchi balenava uno sguardo di minaccia. Era una bellezza altera, casta benchè conscia di sè stessa; senza abbandoni, senza voluttuose mollezze, una sobrietà di forme verginale, la bellezza della fanciulla e della donna insieme. Vittoria era rimasta a venticinque anni quel che era a quindici e sarebbe ancora a quaranta; una di quelle creature in cui la giovinezza è carattere.
Quella mattina la cameriera aveva fatto più sviste del solito; la sua mano era ripassata due volte lasciando sull’omero una traccia vermiglia; poi nel levarle la polvere s’era indugiata più del bisogno. Il piedino della signora si agitava stizzoso.