Il suo villaggio appariva dall’altra parte del Bisagno nel barlume scialbo del crepuscolo; qualche rara finestra era illuminata. La casetta del flebotomo, squallida, d’un grigio terroso sporco sporgeva sull’altre. Dietro, l’aureola bianca e dorata di un’ora innanzi s’era cambiata in un nuvolone scuro, in un nero cumulo che pareva volesse schiacciarla.
Sotto, i pietroni del fiume avevano l’aspetto di ossami in una fossa di cimitero.
In fondo, verso San Francesco, una fila di lumi che parevano torcie di sepoltura.
Siro ripassò davanti a Porta Pila.
Lo sconosciuto proseguì ancora verso il Rubado, ma repentinamente piegò a sinistra, varcò il fiume sul ponte di Santa Zita, e prese la strada di San Pietro alla Foce. Rasentò il cantiere, passò davanti il casotto della dogana.
Siro conosceva il comandante della stazione; una volta veniva spesso alla sera a giuocare la partita a tarocchi e facevano insieme un gran sparlar delle donne e del matrimonio; — egli fu lì lì per cedere all’abitudine e svoltar nella porta.
Ma rivide quell’altro, dimenticò ogni altra cosa.
Attraversarono il sobborgo della Foce.
Era oramai notte fatta.
Degli usci aperti apparivano nei casolari le placide faccende della cena.