Chi ha detto che non c’è felicità al mondo? Non è punto vero: egli l’aveva pur trovata e senza fatica, quasi senza cercarla; — l’aveva raggiunta, tirando dritto e piano per la sua strada. Una strada senza inciampi, senza agguati, appena un po’ di polvere, qualche po’ di fastidio, di noia, del resto liscia come un olio.

Ora quella serena esistenza saliva al suo meriggio e la gioia gli avrebbe sonato il benedicite. L’indomani era l’assunzione di Maria.

Alla festa di Siro avrebbe fatto cornice il giubilo della terra e del cielo.

Egli avrebbe condotta la sua Irene, vestita di bianco, coronata di candide rose, nella chiesa parata a solennità coi drappi pomposi a frangie d’oro innanzi all’altare tutto in gala rivestito di broccato d’argento, ghirlandato di fiori, coperto dal baldacchino dai pennacchi bianchi: l’avrebbe sposata al suon delle campane, a’ piedi della madonna che vestiva l’abito nuziale di sua nonna. Poi sarebbero usciti colla processione, allo sparo dei mortaletti, al canto dell’ave maris stella per le vie cosparse di fiori, — egli felice nel tripudio di tutti.

Poi l’avrebbe ricondotta a Santa Zita e là si faceva un grande, un famoso banchetto; tutto il paese era stato buono per lui, tutto il paese doveva venire a fargli dei brindisi, alla tavola d’onore doveva sedere il vecchio medico, il decrepito, il canuto maestro, il maniscalco, cui aveva tirato i mantici, il tessitore cui spartiva i fili. Lo speziale era morto, ma sarebbe venuto suo figlio: tutta la sua vita passata doveva essere testimonio della sua contentezza presente. Poi si sarebbe cantato, ballato: questa volta non era più nell’orchestra: — ciascuno a sua volta — poi era tutta una felicità inenarrabile....

Siro chiudeva gli occhi, allargava le braccia come per abbracciar l’universo quasi impaurito di tanta fortuna; gli venivano sulle labbra cantici e salmi gaudiosi.

Si voltava a guardare il suo villaggio; la sua casetta attillata luccicava all’ultimo raggio del sole che tramontava sui murazzi di Carignano e dietro ad essa salivano nuvoli bianchi o dorati come una vasta aureola, lieto pronostico del suo lieto avvenire.

Ripigliava il cammino di corsa; i ciottoli smossi rimbalzavano con schiocchi giulivi; e il mormorio dell’acqua rispondeva. Poi all’intorno scoppiava uno scampanio festoso da Staglieno alla Foce, dai lontani casali dei monti, dai campanili invisibili di Genova: la campanella delle Anime gittava in alto mare, sul piano terso dell’onde, alle navi che si dondolavano sull’orizzonte cilestrino i suoi squilli acuti, argentini, come per annunziare la festa del domani.

La gran festa di Siro.

Imbruniva; dagli spalti alti di Genova l’ombra si stendeva oltre il letto del Bisagno, risaliva sulla riva opposta e la copriva tutta quanta.