Il dottore decise di approfittare della crisi acuta della malattia; ogni speranza di guarigione stava lì.

Affrontò la follia di Zaverio, contrariandola; parlandogli e facendogli parlare il linguaggio della realtà: discorrendogli del barone, dicendogliene un gran male e cercando di persuaderlo che, coll’ucciderlo, egli non aveva fatto che il proprio diritto.

Zaverio dapprima, tutto assorto nelle proprie fantasie, non capiva; poi s’irritò, diede in escandescenze, disse che Candaule gli aveva messo ai fianchi una spia per trarlo in agguato, ma che egli li avrebbe ammazzati entrambi. Non appena vedeva il dottore se gli scagliava addosso e ci voleva tutta la forza di Gabriele a contenerlo.

Le due donne non volevano se gli usasse violenza.

Appena udivano le sue grida accorrevano furibonde e bisognava lasciarlo stare.

Il medico cambiò tattica; provò a togliergli dappresso ogni causa d’eccitamento nervoso, e lasciargli nel silenzio e nella solitudine ottenebrare i fantasmi della sua fissazione.

Chiese a Vittoria un grande sagrificio: l’indusse ad uscir di casa e a pigliar dimora in una casetta vicina e a rimanerci per qualche giorno senza vederlo.

Difatti Zaverio si calmò, ricadde nella torpida malinconia dei primi tempi; poco a poco dimenticò re Candaule e il suo ministro.

Donna Elvira che non conosceva il male ne fu felicissima e riprese le sue prime illusioni.

Il medico non osava disingannarla: ma egli notava con dolore che il povero Zaverio precipitava alla demenza insanabile.