Alle domande ch’egli le fece sulla sua salute rispose senza ambagi che non si trattava di lei, che la scusasse se altra volta lo aveva ingannato — che lo aveva fatto venire perchè aveva inteso della sua grande abilità nel curare gli infermi di mente.
— Ed io... ho un figlio...
L’angoscia non le lasciava profferire la triste parola.
Ella disse poi con uno strazio infinito:
— Il mio figliolo è pazzo.
Il dottore le fe’ qualche interrogazione sull’origine della malattia. Ella non sapeva bene; credeva che la causa fosse uno sciagurato amore onde il suo ragazzo era stato preso circa due anni prima a Napoli.
— Il poveretto ha combattuto a lungo; ma l’avevano stregato. Egli voleva sottrarsi alla malaugurata passione, noi dovevamo abbandonar Napoli; ma la sera stessa fissata per la partenza scomparve e dopo parecchie ore tornò in uno stato che faceva spavento; col viso sconvolto, gli occhi fuor dell’orbita; si buttò nelle mie braccia e, fra orribili convulsioni, mi disse: — «o mamma portami via, portami lontano, nascondimi, non mi lasciar appressare alcuno.» — Gli chiesi che gli fosse accaduto — mi disse: «non so più, ho un gran tumulto qui.» — Si stringeva la testa, dava in ismanie come un’anima del purgatorio e ripeteva; — «mamma, portami via, mamma.» — Fu quella l’ultima volta che mi chiamò per nome. L’indomani, per contentarlo, lo menai da Napoli, lo portai a Reggio. Era caduto in un torpore profondo; aspettai ansiosa le settimane e i mesi che questo svanisse e invece era la sua mente che svaniva.
Ella non potè proseguire.
Sedata un po’ la violenza della passione domandò:
— Volete vederlo, il mio Zaverio?