— È in camera sua; la chiamo?
— No, povera signora, lo saprà sempre troppo presto.
XIII.
Qualche anno fa un medico di Milano, notissimo alienista, trovandosi al Belvedere di Lanzo presso il lago di Lugano, fu invitato una mattina a recarsi in una villetta sulla sponda svizzera poco lontano da Gandria.
Trovò colà una signora piuttosto attempata, la quale gli disse di certi suoi incomodi nervosi, tanto vaghi e insignificanti da non meritare la spesa di una sua visita.
Egli era avvezzo ai capricci ipocondriaci delle dame, ma questi vapori aristocratici gli parvero un po’ fuori luogo in mezzo alla eccessiva modestia anzi alla povertà male dissimulata di quella casa.
La signora volle assolutamente trattenerlo a desinare e, a tavola, mostrandosi informata della grande sua reputazione di specialista, gli parlò delle sue cure di pazzia e gli chiese se i casi di guarigione fossero frequenti e per quali segni le affezioni guaribili si distinguessero dalle croniche.
Per quanto queste interrogazioni cadessero naturalmente nel discorso e la signora non sembrasse darvi una grande importanza, il medico sospettò che la sua visita avesse un motivo secreto ben diverso da quello dichiarato.
Conosceva la repugnanza solita nelle famiglie dagli alienati a rivelare la propria disgrazia e la loro diplomazia per avere i suggerimenti della scienza senza far la confidenza al medico.
Perciò usò circospezione e disse che in queste malattie, ancor meno che nell’altre, non ci si poteva fidare dei criteri generali e che la prognosi dipendeva in tutto e per tutto dalle condizioni individuali dell’infermo.