— Ebbene scommettiamo, mormorò il barone, poi si guardò intorno stupito di veder la sala vuota.

— Andiamo? disse lo sconosciuto.

Il barone s’alzò. Ed uscirono.

Erano gli ultimi. Il biscazziere che spegneva i lumi li accompagnò per chiudere. Sulla soglia trattenne il giovane e gli disse sottovoce misteriosamente:

— Una parola, eccellenza. Voi siete un gentiluomo davvero. Avete perduto e nondimeno mi regalaste generosamente. Sono carico di famiglia e vi ringrazio pei miei figliuoli. In compenso permettete vi dia un consiglio. Sfuggite il barone; egli è uno iettatore tremendo.

Era tardi; o meglio, per tempo — le tre e mezzo del mattino. Nella strada non si trovava più una carrozzella.

Il barone s’era avviato. Camminava barellando a zig-zag — ma senza fermarsi, come uno che ha l’abitudine di rincasare ogni mattina senza darsi pensiero della strada.

Però il giovine non ebbe il coraggio di lasciar andar così un uomo cui lo legava una grande obbligazione; stette un qualche minuto perplesso, poi affrettò il passo, raggiunse il barone, passò il proprio braccio sotto quello di lui.

Quegli lo lasciò fare.

Proseguirono così qualche tempo in silenzio.