L’IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI


—Vieni un po’ a vedere.

—Che c’è?

Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo giù nel prato, col cappellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la pipa (spenta, meno male,) la mia pipa in bocca. Se vedeste che arie si dà, se vedeste con che gravità, con che sussiego passeggia! Ah, canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova già la fregola della pipa!

Sua madre gli ha domandato:—O bimbo, che fai?

—Faccio tome papà. Vedete un po’ il birbante! Adduce a scusa l’esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione e che l’uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri? Che l’ugola della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali di una ghiandola, e l’eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle facoltà del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel sangue la tendenza all’imitazione, alla contraffazione, alla parodia, e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanto pochi. Il pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e già lo disse anche Dante, che trattandosi di pecore quel che l’una fa e l’altre fanno; quindi Panurgio spinse in mare il montone comprato e il resto del gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina passato in proverbio.

Ma l’uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa è la moda se non una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama del Brummel, il re del dandismo, vive tuttora e non si spiega che ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facoltà imitative. E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle crinoline, dei puff, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro, delle lenti incastrate nell’occhiaia, dei colletti che segano le orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori dell’orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformità fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imita anche le imperfezioni fisiche, poichè non solo le donne affettarono di zoppicare al tempo di madamigella De la Vallière, ma gli uomini zoppicarono al tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non è un esempio caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessità? Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.

E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando, senza posa e senza costrutto. I militari non solo al principio del secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell’elmo col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni mentali possa far discendere la manìa dell’imitazione e della moda. Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all’orgoglio del re della creazione.