Che più? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza e che fa parte del ciclo del gemente Kaskias, dice: «Io non ritorno più,—giammai—giammai in questo mondo—ritornerò io a te.» E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):
Virginitas virginitas, quo abis me rèlicta?
(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)
Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversità radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell’amore, almeno per quel che si può capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca è meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, benchè più primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto. Si può dire che questa è una affermazione degna del signor De La Palisse, buon’anima sua, perchè l’amore è lo stesso da per tutto; ma io mi permetterò di respingere rispettosamente questa parentela coll’illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c’è proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell’amore, tra noi e le razze semitiche. L’amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c’è meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l’italiano e il persiano. Non faccio, s’intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l’amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone è asiatico. Mi spiego?
E questa somiglianza colpisce di più, se si bada che tutto quello che non riguarda l’amore è sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto i figli del Sole, raccolto dal Fjellner, è lappone, è barbaro, è strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il canto La bellezza della sposa si può invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c’è in quei trenta versi, ed è là dove l’innamorato si augura i piedi dell’oca ed i piedi della bella anatra, per andare dalla sua bella. Tutto il resto può essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perchè è un canto d’amore, mentre l’altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile, è un canto tra l’epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.
Così, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a pietà.... eppure il lappone è del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non può soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):
Di’, quale è il vento che ti par più bello?
Di’, quale è il vento che ti piace più?
Quello de ’l sud, torbido e caldo, o quello
Che da i monti de ’l nord fresco vien giù?
Siamo ben lungi dunque dall’invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, così da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influirà punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei più invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre così!