Certo il Metternich, in queste parecchie migliaia di pagine, rimane sempre un diplomatico cui non sfugge un segreto. Ma è difficile parlar molto, parlar tanto, senza che l’ascoltatore non capisca anche quello che l’autore cerca di nascondere con ogni studio. Quando, dopo aver navigato sopra questo pelago immenso, si giunge faticosamente alla riva, uno si raccoglie dentro sè stesso, conclude e per forza riassume le diverse impressioni provate. Nessuna onda tradì da sè il gran secreto dello sterminato mare, ma tutte insieme lo hanno tradito. Possiamo bene trovar qua e là dei tentativi di espansione, dei desiderii di pace e d’amore, ma nel complesso immenso dell’opera spariscono per lasciar posto ad una impressione geniale di aridità, di povertà di cuore, di miseria intellettiva, che davvero agghiaccia anche i più benevoli. Questo non è un uomo di carne e d’ossa come noi, ma è un uomo di legno: di quercia se volete; ma sempre di legno. È una macchina da scriver note diplomatiche, caricata di una forte molla, precisa come un cronometro nella inflessibilità logica dei suoi principii: ma sente quello che sente una macchina. Che gli uomini muoiano, che i popoli sudino sangue, non importa: l’orologio prosegue imperturbato il suo moto e peggio per quelli che nel quadrante leggeranno l’ora dell’agonia.

Eppure, se il libro della sua inesorabile freddezza attrista e fa perdere la fede nella bontà umana, eppure ci consola in questo, che ci appare come un’ammenda onorevole che il superbo principe fa davanti a noi, colla corda al collo e i piedi scalzi. Egli è venuto finalmente a rispondere di sè al nostro tribunale, a scolparsi, ad implorare una assoluzione che gli neghiamo. Ecco il principe che fondava una Rivista, e che tuttavia ispirandola la sottoponeva alla censura della polizia, eccolo che approfitta di questa maledetta stampa poichè sente ch’egli deve scolparsi davanti ai posteri. Egli viene a noi per dirci che fu buon figlio, buon marito e buon padre; che agì secondo la sua coscienza gli dettava, che la religione e l’educazione sua gl’imponevano di agire così; e noi, giudici tutti ed oramai dal tempo fatti imparziali, gli rispondiamo che solo la compassione che proviamo per le sue miserie di cuore e d’intelletto ci trattengono dal condannarlo alle gemonie dell’umanità. La sola attenuante sta nella viltà di coloro, piccoli o grandi, che poterono rassegnarsi al dominio di due uomini senza viscere umane come l’imperatore Francesco e il suo cancelliere. Non si può invocare altro che un mezzo di difesa; il noto detto: i popoli hanno il governo che meritano.

Quando gli muore la figlia Maria, quella che amava di più, egli finalmente si sente commosso; ma il suo dolore non è di animo ben fatto. Chi di noi in simili sciagure non ha tentato di salvare almeno una tavola dal naufragio, un ritratto, una ciocca di capelli, un nastro, qualche cosa che tenga viva la memoria dei morti? Coloro poi che sono squisitamente sensibili, provano una specie di voluttà a rimescolare col ferro dentro la piaga, a tormentarsi, a martirizzarsi senza fine, ritornando alle memorie del passato felice, evocando nella fantasia le sembianze dei morti, le dolci parole, le carezze perdute per sempre. Ma questo padre, colpito nel più vivo de’ suoi affetti, non ha che un desiderio solo, quello di disperdere dalla terra ogni cosa che gli rinnovi il dolore. Egli gode sapendo che la casa dell’estinta sarà spianata e che passeggiando per quella via non ci sarà più memoria delle mura dove la figlia sua, la carne della sua carne, soffrì o fu felice. E questa gioia il Metternich non la nasconde; se ne vanta quasi colla serena imbecillità dell’egoista, proprio là dove protesta alla posterità d’esser stato buon padre ed amantissimo della famiglia. Ora in faccia a questo egoismo ingenuamente brutale, davanti a questa macchina da protocolli che non solo è sorda alle grida dei torturati dello Spielberg, ma che respinge come un attentato alle proprie digestioni le strazianti memorie di una figlia perduta, non c’è che un sentimento che possa renderci indulgenti: la compassione.

Sono ingiusti coloro che vituperando le avare virtù e gli avarissimi vizi della borghesia, accusano la società presente di aver partorito questa classe di uomini piccinamente egoisti. Perchè gridare contro ai poveri droghieri se non intendono le squisitezze dell’arte o gli ardimenti della politica? Ecco un principe educato con ogni cura nelle ricchezze e nelle pompe, salito sino dove si può salire, onorato come un sovrano, ricco come un nababbo, temuto come uno czar, ed eccolo più miserabilmente borghese di un Gerolamo Pâturot qualunque, più egoista che non sia il più egoista dei rivenditori di candele e di pepe. Non è dunque una istituzione, non è un ministero, non è una società che dobbiamo incolpare delle idee piccine e maligne di una data classe di persone. Gli egoisti sono di tutti i tempi e di tutti i paesi, e ci sono centomila pizzicagnoli che hanno più cuore ed idee più generose che il cancelliere dell’imperator Francesco.

Dicono che le ire nemiche non debbono sopravvivere alla tomba; ma poichè il principe si appella ai posteri questi possono ben dirgli quel che sentono di lui. Egli non ci appare più che come un mediocre capo sezione che supplisce colla cocciutaggine alla mancanza del giudizio, del cuore, e forse della coscienza.


LA PRINCIPESSA DI METTERNICH