Quando sedetti, benchè fossi preparato, un certo non so che rassomigliante alla tremarella, l’avevo. Mi sentivo dentro quell’angoscia di sospensione che debbono provare gli autori comici prima che si alzi la tela ad una prima recita. Però fu un momento, teneva sempre gli occhioni chinati, ma ci vedeva lo stesso, poichè sedendomi feci l’atto di un rispettoso saluto ed ella lo contraccambiò sempre senza guardarmi, ma con un impercettibile ghignetto che pareva dire:—Maschera ti conosco!

Uscendo dall’ombra della stazione, un raggio di sole, uno di quei raggi gialli dentro ai quali turbina la polvere, proruppe dallo sportello, e le si stese sulle ginocchia e scese giù sino al tappeto. Seguii coll’occhio le linee scultorie disegnate dal sole intelligente, giù giù, sino ai piedi, ai piedini chiusi in uno scarpino scollato che lasciava vedere la calza di seta azzurra. Ella non mi guardava mai, eppure i piedini, sorpresi in flagrante, si ritirarono subito sotto le gonnelle come ragazze adocchiate che scappano dalla finestra. Benedette donne come fate a vederci senza guardare?

La guardai io, perchè la ritirata dei piedini mi fece supporre in lei qualche cambiamento di fisonomia. Nemmeno per sogno! Era calma e bella come una statua di vestale. Solo, ma fu un lampo, alzò le lunghe ciglia e le riabbassò subito. La mia faccia doveva parere una pagina di lirica seicentista, tanto era piena di ammirazioni, di esclamazioni, di iperboli e di altre meraviglie poetiche dopo l’apparizione dei trionfali piedini. Doveva averci letto l’elogio della sua bellezza, l’elogio appassionato e sincero che ogni gonna, anche di intelligenza corta, capisce subito. Che non se ne fosse avuta a male, lo capivo; nessuna donna si offende se l’ammirano: ma che non ne avesse arrossito, anzi che nemmeno ci si fosse provata. Mi parve strano per una dama dell’Opera pia dei Ciborii. Ad ogni modo, mi levai, abbassai la tendina azzurra, dicendo, come si usa:

—Se incomoda la signora...

Non aspettavo risposta. Invece udii la sua vocina fresca e chiara dirmi:

—Grazie: proprio il sole scotta...

Io era sbalordito: ella aveva alzato gli occhi e il ghiaccio era rotto.

Si cominciò, s’intende, a parlare del bel tempo e della pioggia, ma presto si cascò nella letteratura. Io passavo di sorpresa in sorpresa e non avrei mai creduto, a dispetto delle calze di seta turchina, che la padrona di due piedini così piccoli potesse avere una coltura letteraria così fine e giudiziosa. Mi recitò tutta quanta l’Aspasia del Leopardi, ed a Ferrara ricordammo ella il Tasso ed io Eleonora. Il sole saettava le sue fiamme nei finestroni del castello degli Este che pareva divorato da un incendio interno, e parlammo poco di Lucrezia Borgia e molto di Ugo e Parisina. Ella non sapeva l’inglese e volle che le recitassi il principio della cantica del Byron; ma quando cominciai:

It is the hour when from the boughs
The nihtingale’s high note is heard,