Erano passati parecchi anni ed avevo dimenticato tante cose, anche il diritto canonico, quando, verso il tocco di un caldissimo giorno d’estate, andai alla stazione e comprai un biglietto di prima classe per Venezia. Volevo vedere un codice alla Marciana e bagnarmi al Lido.

Io ho una bella barba. So bene che questa affermazione avrà dei contradditori e forse, ahimè! delle contraddittrici; ma ho una bella barba. Nulla è perfetto a questo mondo, e la mia barba avrà dei difetti; io però non ce li trovo. Una signora (che lingua hanno le signore!) ha detto che ho la barba rossa. Ma è possibile? Certo, vista sotto alcune incidenze di luce, ha dei riflessi fulvi, dei lampi color di rame; ma una barba così non è rossa. Io sì, potrei dire... ma non sta bene.

Dunque ho una bella barba. Divisa alla nazzarena, folta sotto al mento, mi chiede molte cure amorose, ed io gliele prodigo. In quel tempo avevo un pettine tascabile, munito del suo bravo specchietto, e spesso guardavo come stesse di salute la mia barba diletta, e la pettinavo, la lisciavo, l’accarezzavo con affetto paterno. La dite una debolezza? Meglio questa che un’altra.

Ho già detto che era caldo. La stazione era quasi deserta, e, salito in carrozza, sedetti dallo sportello opposto a quello da cui ero entrato, per non trovarmi poi col sole addosso. Un mio buon amico, impiegato nelle ferrovie, mi chiamò a nome e mi domandò dove andavo, ed io affacciato allo sportello, mi misi a parlare con lui. Mi ricordo, così in nube, che mi parlò di una gratificazione negata, o data a un’altro, o press’a poco. Intanto io col pettine mi ravviavo la barba.

Guardavo nello specchietto, quando, nel vano dello sportello rimasto spalancato dietro me, vidi entrare un braccio maschile, alla vetta del quale era male appiccicata una manaccia nera. La mano teneva una valigietta di cuoio bulgaro con borchie di metallo opaco, e la gettò sul sedile.

Il mio buon amico parlava sempre, ed io pensavo:—Questa manaccia è di un cocchiere o di un cuoco; ma la valigetta di chi sarà?

Venne la spiegazione dell’enigma. Con un cappello alla sgherra, con un abito ben serrato al corpo, salì in carrozza la mia bella codina.

Benedissi l’amico, le gratificazioni e sopratutto lo specchietto che m’avevano evitato la sorpresa, e così, affacciato allo sportello e parlando sempre, ebbi agio di rimettermi, di dare un’occhiata mentale al mio abbigliamento, un’occhiata speculativa alla barba ed alla cravatta, e di rallegrarmi della felice idea avuta di mettermi i guanti. E pensavo:—Dove va? Che ci sia il marito? E se rimanessimo soli?—Ma non sapevo se avessi piacere o paura di rimaner solo con lei.

La locomotiva fischiò, chiusero gli sportelli con fracasso, e l’amico mi salutò urlando il mio nome e il mio cognome. Vidi nello specchio che la mia compagna, sentendomi nominare, alzò la testa e mi guardò rispettosamente con una certa curiosità. Conosce il mio nome: pensai. Per una codina, non c’è male! Bisogna infatti sapere che in quel tempo alcuni, anche ne’ giornali, si occupavano di me per dire che stampavo delle cosacce immorali.