Ma la coltura e l’arte presero in Venezia quell’aspetto di raffinato epicureismo, quella sensualità scevra di ogni grossolana bassezza che resero famose specialmente le feste e la pittura. E forse questo viene dalla politica saggia che seppe tener la Chiesa lontana o frenata.
Non è eresia il dire che le tendenze dell’arte veneta si indovinano già nelle madonne del Gian Bellino così diverse dalle estetiche figure fiorentine. Non ci sono chiese meno religiose delle veneziane, se ne togli forse le principali di Roma. Lo stesso S. Marco è l’inno dell’opulenza, non la prece della umiltà, e i santi del Tiziano non hanno della leggenda cattolica nemmeno il vestito.
La Venezia del Cinquecento è proprio quella che Paolo Veronese dipinse nel soffitto della sala del Gran Consiglio, bella, trionfante, splendida. Non c’è ombra di anemia cattolica in quelle vene turgide di sangue ricco e sano, non c’è floscezza di spiritualismo malato in quelle carni pompose e forti. L’arte vera, l’arte senza secondi fini, l’arte di Paolo che lasciava libero l’ingegno e la mano senza prendere tante cose in considerazione, fa immortale il trionfo della bionda dogaressa. La morale è facile, la religione è imprigionata nelle chiese, eppure la popolosa città non conta che centoottanta poveri! E a Madrid, e a Roma quanti ce n’erano?
Ed è a notarsi, poi, che la decadenza non avvenne per la progressiva corruzione de’ costumi, ma pel disseccamento fatale delle fonti che mantenevano la ricchezza. Quando non ci fu più di lottare con le altre nazioni e di seguire le nuove vie del commercio, allora si cominciò a vivere come il ghiro addormentato nell’inverno, ed i guadagni che non scaturivano più dalla fonte legittima si attinsero poi alla disonesta. Così non la corruzione generò la decadenza, ma la decadenza generò la corruzione, e sembra destino che la storia di questa strana repubblica sorga sempre come un obiezione di fatto contro ai sistemi a priori, contro certe filosofie della storia che non sono se non aberrazioni metafisiche mal vestite di brandelli di cronache.
Ma non è nell’ambito di un breve articolo che si può render conto di un libro denso di fatti come quello del Molmenti. Ci basta l’aver accennato almeno al suo piano, se non con l’idee dell’autore, certo senza sciocche prevenzioni di parte o di scuola. Il Molmenti ha cominciato col fare il critico, ed ha voluto senza dubbio che non si dica di lui quel che si dice di altri, che cioè fanno i critici per distrazione di non saper fare altro. Senza superstizioni d’idoli, senza religione di sètte, gli onesti plaudiranno sempre alle oneste fatiche.