Il piano è vasto e pieno di un abbondanza di fatti che potrebbe essere di utilità anche maggiore se l’autore non avesse temuto forse di parere pedante accumulando le note e le citazioni a pie’ di pagina. I costumi veneziani sono cominciati a studiare sino dalle origini della città, con troppa benevolenza, se si vuole, ma certo in conformità di quel che si trova ne’ pochi documenti rimasti. Se di qui a parecchi secoli non si trovassero altri monumenti nostri che i codici delle leggi, i tardi nepoti dovrebbero giudicarci a buon diritto giustissimi. Ma le infrazioni alle leggi, frequenti troppo, e i cavilli degli avvocati e l’ignoranza o la cieca partigianeria de’ giudici non sarebbero giunti sino a loro. Penserebbero che l’esecuzione delle leggi ci assicurasse una relativa felicità, una quiete invidiabile, ed invece... Così forse accade quando noi giudichiamo della sanità morale di un popolo dalle leggi che ci rimasero di lui. Erano eseguite? Erano impunemente violate? Chi lo sa! Lo storico non può in questi casi altro che esporre nudamente quel che si conosce di certo, e per quanto anche il Molmenti, che lascia trasparire gli entusiasmi dell’artista sotto la freddezza dello storico, ha dovuto esser breve nella introduzione del libro che ricerca i costumi dei veneti durante il periodo delle origini.
E breve è anche la parte che riguarda l’età di mezzo. La storia di Venezia prima degli ultimi studi, come ce la presentavano i copiatori degli storici ufficiali, aveva qualche cosa di strano, di impossibile.
Come si poteva ammettere una completa abdicazione del popolo, una perfetta soppressione dei diritti del governo della cosa pubblica nella classe più numerosa della società, senza una protesta, senza una ragione sufficiente? Non giova il dire che il commercio aveva assorbito tutta l’attenzione e la vitalità delle classi popolari.
Commerciavano anche i nobili, ma comandavano, e le altre repubbliche italiane, specialmente le marinare, ci mostrano come il popolo poteva darsi agli affari ed ai guadagni senza rinunciare per questo al governo.
La Serrata del Maggior Consiglio sembra un colpo di Stato, contro una classe inferiore di nobili, o contro pretendenti alla nobiltà, non contro ai diritti legittimi di tutto intero il corpo sociale.
La storia vera di Venezia non cominciò che dal giorno in cui gli archivi poterono esser tratti dal segreto geloso che li custodiva.
Comincia col Darù e non è ancora se non abbozzata. Il libro del Molmenti, così pregevole sotto tanti aspetti, non è che una minima parte delle ricerche che dovrebbero scaturire dall’archivio Veneto e che scaturirebbero più copiosamente se il governo in questo argomento degli archivi non fosse degno dei più gravi biasimi.
Un direttore ottimo, alcuni subalterni volenterosi non possono fare quel che si deve fare in un archivio di tanta importanza. Sommeiller e dieci operai non avrebbero forato così presto il Cenisio; e il Muratori stesso, cacciato ai Frari senza aiuto d’uomini e di danaro, ci farebbe cattiva figura.
Ma in questo libro la parte più attraente, più copiosa di notizie curiose ed importanti è quella che riguarda lo splendore di Venezia. Se ci sembra un po’ troppo l’affermare che Venezia sia stata il centro vero dell’umanesimo, certo ne fu gran parte, e senza dubbio poi fu per lungo tempo officina libraria dell’Italia.