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Dopo tutto, vuoi che ti dica una cosa? Stamane vi è il sole, ed il vento leggiero porta con sè lontani sentori di gioventù e di primavera: qualche grande cosa rinasce. Ieri sera ho vegliato sino a tardi col grande Voltaire e stamane ho paragonato l'azzurro di un abito a quello del cielo ed il cielo ha guadagnato; a quest'ora Ernesto Rénan scrive nel suo gabinetto ed il curato di campagna dice la messa nella piccola chiesa; materialisti ed idealisti portano tutti lo stesso paletôt e percorrono le stesse vie. Gli è che al di sopra di tutto e comprendendo tutto, facendo un poderoso amalgama, composto di scetticismo, ironia, ateismo, sorrisi, lagrime, innamoramenti, poesia bassa e prosa sublime, vi è la vita, la grande, l'immensa verità: la vita con tutte le sue contraddizioni, con le sue pazzie, le sue stravaganze, e le sue regolarità, con la sua falsa gloria in su e la buona in giù, col dubbio desolante e la dolce credenza, con la passione furibonda e l'amoretto platonico, col sospiro e con l'urlo, con Roma, il Medio evo e la modernità: la vita piena, tumultuosa o placida e lenta; la vita che offre ai suoi figli ingrati i più vasti campi da sfruttare; la vita che è sempre bella e nuova, malgrado sia brutta e vecchia; la vita, il più grande dei tesori disprezzati.
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Se trovi sulla tua mandola una corda miracolosa che vada dai tôni più gravi a quelli più acuti, che possa esprimere il sogghigno ed il semplice sorriso nello stesso tempo, che possa dare la musica della romanza del Salice e quella della Danse macabre; se la trovi questa corda miracolosa, allora suona l'inno alla vita, buon menestrello!
DUALISMO.
Flavia si sentiva la coscienza quieta: neppure l'ombra di un piccolo rimorso; quello che le accadeva era molto strano, ma senza un briciolo di sua colpa. Quindi scuoteva la bella testa bionda, si stringeva lievemente nelle spalle e andava al ballo. Perchè poi adempiva agli obblighi della sua posizione con la massima buona volontà, anzi sorridendo sempre; alle feste ballava dalle undici della sera alle quattro del mattino, lacerando gaiamente il suo lungo strascico, senza mai essere stanca; non dava mai in quei languidi lamenti delle signore contro i vestiti troppo stretti, i tacchi troppo alti, i capellini troppo piccoli; l'estate si divertiva molto sulle spiaggie, ai bagni, ai concerti improvvisati, seguiti dai soliti quattro salti; di autunno le piaceva la campagna con le escursioni sulle colline, il latte fresco, le serotine partite di scacchi, la vendemmia ed il fieno; l'inverno le giungeva gradito coi teatri e le veglie prolungate. Passava senza intervalli per la fiera di beneficenza, lo skating, i coriandoli e le prediche al Gesù Nuovo. Stava bene dappertutto. Una natura felice se mai ve ne furono, una gioventù fresca, bionda, azzurra, serena: due uomini l'amavano, essa li amava tutti e due, ma non si faceva rimproveri. Era la fatalità, l'ananke, per dirla in greco.
Il primo—per epoca—era un giovanotto, un po' parente, un po' amico della famiglia di Flavia, di condizione uguale per ricchezza e per nobiltà: rispondeva al fiero nome di Leone, e quasi a mantenerne intiero il significato, era aristocratico fino ai capelli. Nè qui si tratta del solito tipo di cretino fannullone e gonfio, vecchio da quanto il mondo, tipo perfettamente ingiusto: Leone cuore ed ingegno ne aveva, non in modo eccezionale, ma ne aveva, e se li sottometteva alle leggi della sua società, non bisogna fargliene un torto; ci era nato, non sapeva staccarsene. Era sempre compìto, sempre buono ed affabile, con un grazioso sorriso sulle labbra; alcuni lo trovavano troppo eguale. Pure il rispetto che portava alle donne vecchie, il non averne mai compromessa una giovane, un certo senso di lealtà che traluceva da ogni suo atto, avrebbero fatto perdonare qualunque difetto, anche più grande. Sovratutto egli rifuggiva dagli slanci, dagli entusiasmi incomposti, dalle passioni senza regola; amatore profondo della pace, credo non intendesse le ambizioni sfrenate, le altezze inaccessibili; le sublimità lo meravigliavano senza attirarlo. Si era fatto un piano di vita quieta, calma, scorrevole: avrebbe prima goduto un poco la gioventù libera, poi si sarebbe ammogliato, senza troppe furie, con una persona simpatica, poi… intanto cercava la persona simpatica.
Così una notte, fra una polka ed una gita al buffet fece a Flavia una mezza dichiarazione, che spuntava da un complimento susurrato più che detto. Lì per lì ci risero, se ne scordarono; si rividero, ricominciarono, si lasciarono andare alla china: una parolina furtiva, un'allusione mal celata, un sorriso speciale, un brano di conversazione riannodata ogni tanto, ecco tutto. Eppure amore era quello, amore come essi lo intendevano: cioè, amore fine, leggiero, profumato, sottile, lasciato, ripreso a scoppietti, con un'ombra di gelosia per rinforzarlo, ma niente più che un'ombra; amore palliduccio, ma che continuava a vivere bene, come molte persone pallide.
Bastava alla felicità di Leone che Flavia gli inviasse ogni mattina un bigliettino roseo, con tre righe di un caratterino delicato, dove ci fosse il programma della giornata; bastava che al momento dell'incontro fortuito, ella lo salutasse con quel tale inchino della testa accordato a lui solo; bastava che al teatro lo ricercasse con l'occhialino, che al ballo gli serbasse sempre il primo valzer; che, prima di prendere una grave decisione, come la disposizione di una sala, i colori di un abito, una gita in campagna, egli fosse interrogato in proposito. Pel resto la lasciava libera, non esigeva nulla: egli era guidato sempre dal timore del ridicolo, teneva moltissimo alle apparenze e non voleva far la brutta figura dell'amante geloso. Non si adombrava punto dei numerosi ammiratori che circondavano Flavia, anzi dirò che ne provava una specie di contento; sapeva di essere il prescelto, sapeva che il mondo lo sapeva e questo era sufficiente a rassicurarlo.
Anche la fanciulla si contentava facilmente: trovarlo esatto ai ritrovi, sempre il primo arrivato, ascoltare quelle dolci parole che egli sapeva dire così bene, vedergli all'occhiello il fiore simile a quello che ella portava nei capelli, imporgli ogni tanto qualche lieve capriccetto e vederlo ubbidire con un grazioso sorriso: ricevere quella corte semi-nascosta, squisita, deliziosa, che non le imponeva alcun obbligo. La gente attorno mormorava: Una bella coppia! I parenti non dicevano di no.